Prima che il suo volto venisse associato ad una delle opere d’arte più suggestive di tutti i tempi, prima ancora di divenire il simbolo di un’incredibile vicenda legale, Adele Bloch-Bauer era semplicemente una bellissima donna.
Nata nel 1881, a Vienna, Adele era cresciuta nell’ambiente colto e raffinato della città austriaca. Figlia di un agiato imprenditore, aveva sposato appena diciottenne Ferdinand Bloch, più vecchio di lei di diciassette anni ed erede di un barone che era divenuto ricchissimo con l’industria dello zucchero. Insofferente ai limiti che il rigido ambiente dell’aristocrazia viennese le imponeva e tormentata dall’impossibilità di avere figli, la giovane aristocratica aveva sviluppato una natura malinconica che aggiungeva attrattiva e mistero alla sua persona. Chi la conosceva ne ricordava l’indole fragile, nervosa, il vizio del fumo, la facilità all’emicrania e alla tristezza, tutte caratteristiche che, nell’insieme, davano la sensazione che ella fosse profondamente infelice tanto da essere soprannominata la Monna Lisa d’Austria.
Difficilmente un volto e una personalità così interessanti sarebbero potuti sfuggire alla sensibilità estetica di un cultore del bello quale Gustav Klimt. In effetti, Adele divenne un’ossessione per l’artista viennese, che la ritrasse in
numerosissime tele, anche se la più celebre rimane a tutti gli effetti Ritratto di Adele Bloch – Bauer I.
Ciò che rende questo quadro ancora più interessante è anche l’insieme delle vicende che si sono susseguite a partire dalla morte di Adele Bloch-Bauer, avvenuta nel 1925 per meningite, e alla successiva fuga degli eredi nel 1938 a causa delle persecuzioni naziste.
Il famoso quadro di Gustav Klimt, rimasto indifeso a Vienna, ben presto viene confiscato dai Nazisti, e finisce nella collezione di Hermann Göring.
Il ritratto di Adele Bloch-Bauer, una donna colta, libera ed ebrea, cade cosi nelle mani di un gerarca nazista, che ne cambiò il titolo in Ritratto in oro, per cancellarne le origini e la protagonista non proprio ariana.
Dopo la guerra, la collezione d’arte dei Bloch-Bauer, sulla base di una volontà espressa dalla stessa Adele quando era ancora in vita, ha trovato posto nella Galleria del Belvedere di Vienna, e con lei anche il Ritratto di Adele.
Dopo la morte della donna, le opere erano però passate di proprietà del marito, che non le ha mai donate al museo e che, anzi, ha dovuto privarsene per obbligo dei Nazisti. Questa verità è venuta a galla soltanto negli anni Novanta e ha portato Maria Altmann, anziana nipote di Adele ormai statunitense, a intraprendere una lunga battaglia legale per riavere indietro alcune opere della sua famiglia.
Nel 2007, dopo un’infinita serie di vicissitudini legali, Maria Altmann riesce ad ottenere la restituzione di due ritratti della donna e di altri tre dipinti. Il ritratto viene venduto quasi subito al miliardario Ronald Lauder a patto che fosse esposto ed aperto al pubblico in modo permanente.

Questa rocambolesca vicenda è un monito a non dimenticare che il furto dei beni materiali al popolo ebraico fu solo il primo atto di un processo che prevedeva la sua disumanizzazione ed eliminazione.
Il lieto fine di questa storia in particolare è stato solo il primo passo verso la restituzione dei beni confiscati agli ebrei, beni che hanno trovato collocazione in alcuni dei maggiori musei europei ed americani.
La restituzione ai legittimi proprietari ed eredi è un atto dovuto, è un risarcimento etico per tutte le sofferenze subite durante la guerra, è semplicemente un atto di umanità verso chi ha rischiato di perdere la propria identità.
Rosa Araneo per MIfacciodiCultura
Rosa Araneo
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