United Colours of Art – L’Arancione, tinta indipendente

Con quest’articolo sul colore arancione, United Colours of Art tratterà la prima delle mezze tinte (viola, rosa, arancione e marrone), che ricavano il loro nome dalla natura diversamente dai sei colori principali della cultura europea, codificati da Aristotele stesso in rosso, giallo, verde, blu, nero e bianco, che sono definiti invece in maniera astratta.
Attualmente, l’arancione è un colore noto alla nostra quotidianità, come dimostra il suo utilizzo per i coni del traffico (un uso iniziato dopo la Seconda Guerra Mondiale), per le tenute dei carcerati negli Stati Uniti, per la famiglia reale olandese (dopotutto sono gli Orange-Nassau, l’arancione era d’obbligo) e conseguentemente anche per le maglie della nazionale di calcio, nonché è uno dei tre colori del nostro semaforo e di molti giocattoli per bambini. Tuttavia, la sua lotta per ottenere la propria indipendenza da sfumatura di rosso o di giallo fu tuttavia lunga e sofferta nel corso dei secoli e ora si cercherà di delinearla.

Nel I secolo d.C., Plinio il Vecchio raccontò che nell’Antico Egitto era utilizzata per gli incarnati una particolare gradazione di terracotta dal colore aranciastro, derivante dal SOLFURO DI ARSENICO, un minerale. Quest’ultimo (risigallo era il nome con cui era conosciuto al tempo) venne utilizzato dagli alchimisti medievali, che avevano letto la Naturalis Historia, come medicamento. Durante il Medioevo infatti, non si faceva largo uso dell’arancione come colore, poiché le mescolanze erano considerate impure.
In principio per ricavarlo si utilizzava lo ZAFFERANO come in Oriente. Lì infatti, l’arancione simboleggiava la transizione in Cina e l’illuminazione della fede per i Buddisti, tanto da diventare per questi ultimi il colore della pelle in pittura. Sul finire del Medioevo invece, si impiegò il BRASILE, un’essenza d’importazione proveniente dalle Indie e da Ceylon.
Durante quest’epoca non esisteva nemmeno un termine per definire l’arancione: la parola entrò a far parte del linguaggio comune durante il XIV secolo, quando, proprio in virtù delle prime importazioni di aranci, comparve per la prima volta il termine arancione per definire il colore.

In epoca moderna, fu un colore più spesso legato alle tonalità del bronzo, del rosso e del giallo, ma non fu mai veramente preso in considerazione come pigmento autonomo. Inoltre gran parte dei pigmenti non puri con i quali si poteva ricavare l’arancione derivavano dagli ocra, dal cadmio e dalla robbia e di conseguenza il colore veniva trattato come gradazione del rosso o del giallo. Un’alternativa al rosso vermiglio era il ROSSO PERSIANO, una ricca tonalità di arancione ricavato dal silicato di ferro e alluminio combinato con il magnesio.
Nel Settecento le cose cominciarono a cambiare. Antonio Stradivari inventò la sua famosa, ma misteriosa nella composizione, vernice arancione usata per realizzare i suoi famosi e carissimi violini settecenteschi.
Nel 1797 il chimico francese Vauquelin scoprì il CROMO dalla crocoite, il che permise di realizzare il primo pigmento arancione sintetico, poi utilizzato dagli Impressionisti – soprattutto Renoir e Degas – sotto i quali il colore avrebbe raggiunto la sua fortuna.

Fino ad allora infatti lo stretto legame tra l’arancione e il mondo naturale lo aveva reso difficile da riprodurre in formula chimica o sintetica, per cui questa scoperta diede i suoi frutti in pittura soprattutto dall’Ottocento. I ritratti degli Indiani d’America dell’Ottocento americano sono caratterizzati da forti cromie aranciate, rossastre e marroni. È anche il colore dei paesaggi montani americani al tramonto.
Nell’Inghilterra dell’Ottocento, l’arancione dei capelli di Elizabeth Siddal, moglie di Dante Gabriel Rossetti, divenne l’ispirazione per il colore delle Muse nei quadri dei Preraffaelliti. Osservando inoltre la produzione di Vincent van Gogh in molti casi basata sulla giustapposizione dei contrasti, si trova ragione delle sue parole che recitano «non esiste blu senza giallo e senza arancione».

Nel primo Novecento, molto interessanti sono le riflessioni del russo Vasilij Kandinskij, il quale nel 1922 cominciò a lavorare alla scuola di architettura e arte Bauhaus in Germania in un periodo in cui la sua produzione artistica era fortemente caratterizzata da linee e gruppi di figure geometriche e relazionava i differenti colori al luogo di collocamento e al modo in cui tutto questo interagiva con l’osservatore non solo da un punto di vista fisico ma anche emotivo. L’arancione per lui è più assimilabile al giallo che al rosso.
I toni rosso-aranciati della terra di Cornudella erano quelli che legavano Miró alla sua Catalogna, soggetto più volte ripreso dal famosissimo pittore barcellonese. L’arancione è un colore frequente nella tavolozza di Max Ernst: emblema di quanto si afferma è nella sua opera La vestizione della sposa e in quella di Pablo Picasso e dei Futuristi.
Eulalia Testri per MIfacciodiCultura
Eulalia Testri
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