Se pensassimo alla celebre Arkham di H.P. Lovecraft, saremmo accompagnati ad immaginare una città sulla falsa riga di Salem; se citassimo la famosa Derry di Stephen King, sapremmo di essere al cospetto di una vicenda ambientata in una sorta di Bangor, dove l’autore vive. Colle Filippo, città idealmente localizzata in Italia, nelle Marche, cornice dell’ultimo romanzo di Giulio Natali, Sotto il diluvio (Castelvecchi, 2024), è – invece – una sfida più ambiziosa. Lo è per la vicenda che accoglie, che la identifica e allo stesso tempo ne sfuma i contorni, come una possibile città italiana di media intensità abitativa. Diventando punto di forza di una storia che ha l’ambizione di dire tra le righe anche più di quanto possa raccontare tra i segni di interpunzione.

A Colle Filippo, infatti, dopo trent’anni di mandato muore il sindaco, il senatore del Partito del Centro, Oreste De Ritis, lasciando una città sgomenta. La sua guida mai discussa, mai traballante ha di fatto anestetizzato una città nella quale gli adulti li aveva addomesticati a non chiedere perché ma a dire per favore. D’altra parte è la formula che sin da giovane rampante politico aveva messo a punto per costruire attorno a sé consenso e una fitta rete di conoscenze e contatti, indispensabile al governo del potere stesso.

“Il vero problema dell’essere umano è che da piccolino dopo aver imparato a dire ‘mamma’ e ‘babbo’, subito domanda ‘perché?’. Ecco cosa doveva fare: formare adulti che non chiedessero perché ma ‘per favore’. Per questo calcolava al dettaglio gesti e parole”.

L’uomo venuto a mancare aveva, fino a quel punto, di fatto sollevato la gente dalla responsabilità di pensare e decidere, diventando – comodamente – più simili a sudditi che a cittadini. D’altra parte nessuno ha mai sostenuto che vivere fosse faccenda semplice, a maggior ragione quando si intende farlo con amor proprio e dignitosamente. La morte del primo cittadino De Ritis, dunque, rompe uno status quo accettato come una common low di imperturbabile stasi, obbligando un’intera città a ridestarsi dal “sonno della ragione”.

E sono tre i contendenti che accendono la sfida elettorale per determinare il successore del compianto Senatore: suo nipote (figlio del fratello Pasquale, prima vittima della “diplomazia” del Senatore) Oscar De Ritis; poi c’è Katiuscia e il figlio di Uccio, l’unico – su un intero paese ad essere riuscito a rifuggire dal “canto delle sirene” soporifero della politica deritiana, benché anche gli altri due competitori si presentino come “oppositori” dell’ormai defunto sindaco.

Tutti e tre vogliono rompere col passato. Vogliono, in qualche modo, polarizzare il discorso politico, tenuto in bilico per tanto tempo, ma la città, l’elettorato, la società come risponderanno a questa spinta al cambiamento? Ma poi lo è davvero un cambiamento?

Tra qualche sorriso sostenuto dall’ego ipertrofico del protagonista, che aleggia anche da morto, proprio come le tradizioni politiche per eccellenza che riecheggiano anche nei disegni più contemporanei e qualche amara consapevolezza, Sotto il diluvio diventa un affresco critico del nostro tempo, della disaffezione alla Politica, alla superficialità di chi non pretende dalla classe politica, ma si accontenta degli agi o dei favoritismi dell’ “amico” di turno, ingenerando – nel testo – come purtroppo, talvolta, nella vita vera – piccole perfidie e giochi di potere che evocano una farsa della quale si rimane interdetti.

Così Colle Filippo potrebbe essere un qualsiasi ovunque; i suoi abitanti un qualsiasi chiunque, ma il “gattopardismo” che impera è l’immaginazione di una preoccupante riflessione concreta, di quelle che il “diluvio” di biblica memoria potrebbero farlo auspicare. Ma la pioggia è simbolicamente legata anche al “lavar via”, per estensione al cambiamento e allora chissà che invece l’auspicio non possa essere di tutt’altra natura: magari attraversando la “strada” (viste le strisce pedonali in copertina!), sotto un ombrello alquanto ampio, forse si può arrivare altrove.

Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura