L’ultima di Valditara, ma non l’unica: la scuola italiana è stata progressivamente smontata da anni, colpita da riforme frammentate che hanno indebolito la sua missione culturale, ridotto la profondità dei programmi, trasformato la complessità in un problema invece che in un obiettivo.
Questa nuova riforma del Ministro della Cultura è solo l’ultimo colpo: spostare I Promessi Sposi dal biennio scolastico al quarto anno perché “troppo difficili”, ridurre Dante a due anni, e riempire il biennio di gialli, fantasy, horror, sceneggiature e narrativa contemporanea “più accessibile”, compresi Calvino e Fenoglio, come se fossero autori da primo approccio, come se la leggibilità apparente fosse un criterio educativo. E come se non bastasse, si parla perfino di inserire Tolkien nel biennio, come se il fatto che parli di folletti e mondi magici lo rendesse “facile”, come se la fantasia fosse automaticamente semplificazione. È un gesto che non modernizza: semplifica. E semplificando, indebolisce.
E allora sì: sciacquiamo i classici nel Tevere. Non per purificarli, come fece Manzoni con l’Arno, ma per lasciarli marcire. Naturalmente la mia è una metafora per sottolineare che non si vuole salvare i classici, ma gettare via: oggi stiamo gettando la genealogia della nostra lingua, la struttura stessa del pensiero italiano.
Dire che un testo è “troppo complesso” per il biennio significa non aver compreso la natura dell’educazione. La scuola non esiste per evitare la complessità: esiste per costruirla. La complessità non arriva con l’età, arriva con l’allenamento. È un muscolo, non un muro. Se non affronti Manzoni a quattordici anni, non potrai comprendere Calvino a diciassette. Se non ti misuri presto con la lingua alta, non svilupperai mai la capacità di leggerla davvero.
E qui sta il punto che sembra sfuggire a chi ha scritto questa riforma: Manzoni non è un capitolo del programma. Manzoni è la fondazione della lingua italiana moderna.
Manzoni è l’essenza stessa della lingua italiana: ‘sciacquare i panni in Arno’ non è la frase di una lavandaia, ma del creatore della lingua. È questo il nodo. È questo ciò che stiamo perdendo. Quando Manzoni “sciacqua i panni in Arno”, non sta facendo un gesto pittoresco: sta rifondando la lingua, sta costruendo l’italiano moderno, sta dando al Paese un codice comune, una voce condivisa, una struttura mentale. E attenzione: quella dello “sciacquare i panni in Arno” è per giungere alla seconda e poi alla terza versione dei Promessi Sposi. Manzoni li ha riscritti per arrivare alla lingua che voleva. Ha passato anni a studiare come formare una lingua italiana unitaria: ha analizzato dialetti, confrontato usi, riscritto interi capitoli, ripensato la sintassi, cercato un modello comune che potesse diventare la lingua di tutti. Ha fatto un lavoro che oggi chiameremmo ingegneria linguistica. Se non si capisce questo, siamo davvero alla frutta.
Ma c’è un problema ancora più grave: metterlo al quarto anno lo rende inevitabilmente superficiale. Il quarto anno è già il più denso del liceo: Verga, il Naturalismo, il Decadentismo, Pascoli, D’Annunzio, Svevo, Pirandello, e l’intero Novecento da aprire. Inserire Manzoni dopo tutto questo significa condannarlo a un trattamento rapido, pratico, “da programma”, non realmente approfondito. Significa trasformare I Promessi Sposi in un ostacolo logistico, non in un fondamento culturale. È paradossale: si sposta un autore perché “troppo complesso”, e lo si mette nel punto dell’anno in cui c’è meno spazio per affrontare la complessità. È come dire: è troppo importante per farlo bene, quindi lo faremo peggio.
E intanto, nel biennio, si mettono Calvino e Fenoglio. E si vorrebbe mettere Tolkien. Ma Calvino non è “più facile”: è più esigente. Scorre, sì, ma la sua struttura mentale è matematica, combinatoria, metafisica. È un autore che richiede una mente già allenata, capace di cogliere livelli, architetture, simmetrie. E Tolkien? Tolkien non è facile perché parla di elfi: è difficilissimo proprio perché costruisce lingue, sistemi, mitologie, strutture filologiche. Come si può capire un autore che inventa lingue se non si è studiato l’autore che ha costruito la nostra? Senza Dante e Manzoni, Tolkien diventa un cartone animato. E questo è un tradimento della sua profondità.
La sequenza naturale è una sola: Dante, poi Manzoni, poi Calvino. Non per tradizione, non per nostalgia, ma per struttura. Dante mostra la verticalità della lingua, la sua potenza simbolica, la sua architettura morale. Manzoni mostra la modernità della lingua, la sua ingegneria, la sua costruzione civile. Calvino mostra la leggerezza come esito di una complessità già interiorizzata. Invertire questa sequenza significa togliere ai ragazzi la possibilità di capire come funziona la lingua che parlano e come si costruisce il pensiero complesso.
La Cultura non è intrattenimento: è un atto di resistenza. Aprire ai generi popolari non è sbagliato; sbagliato è usarli come sostituti della complessità. La Cultura non è fatta di testi facili: è fatta di stratificazioni, di rimandi, di profondità. È fatta di opere che ti cambiano la struttura interna, che ti obbligano a crescere, che ti costringono a pensare.
Una scuola che evita la difficoltà non forma cittadini: forma consumatori. Una scuola che semplifica non emancipa: addormenta. Una scuola che rinuncia ai classici non modernizza: indebolisce.
Difendere i classici non è nostalgia: è responsabilità civile. Non si tratta di difendere il passato, ma il futuro.
Una società che rinuncia alla complessità rinuncia alla libertà. Una società che rinuncia alla profondità rinuncia alla capacità critica. Una società che rinuncia alla sua lingua rinuncia alla sua identità.
La Cultura non è un elenco di libri: è un ecosistema, una forma di vita, ciò che ci tiene umani.
E se non la difendiamo noi, chi lo farà.
Valentina Ferrario
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