Egon Schiele si era trasferito nella tranquilla cittadina di Neulengbach dopo aver lasciato Krumau, in seguito agli scandali che avevano coinvolto lui e la sua compagna appena diciassettenne Wally Neuzil. Anche qui, però, la quiete venne presto turbata. Nell’aprile del 1912 giunsero due gendarmi (“apparivano normali, nei loro abiti colorati coi bottoni luccicanti”) che requisirono diverse opere ritraenti nudi e condussero Schiele in carcere. Su di lui pendevano due capi d’accusa: rapimento della minorenne Tatjana von Mossig ed esposizione di materiale pornografico in un luogo accessibile ai minori.

Schiele trascorse in carcere “24 giorni o 576 ore”, le più assurde e incredibili della sua vita considerando che nessuno gli aveva spiegato il motivo . Privato dei suoi colori, nei pensieri che piovono a valanga nei Diari dal carcere, Schiele ricorda Oscar Wilde nel De Profundis, scritto dal carcere di Reading. Entrambi non comprendono la cattiveria stupida con cui gli uomini s’accaniscono sugli altri e soffrono di autentica disperazione quando sono privati della bellezza. La missione di un poeta è cogliere e trasporre le essenze, tramite un tocco caldo e dandy o uno più crudo e meno velato, e senza colori o fogli su cui scrivere tutto diviene vano. Dal carcere di Neulengbach così come da quello di Reading, l‘Arte aveva smesso di respirare dinanzi a tutto quel grigio. Grigie erano le pareti, grigio il pavimento, grigia la finestra, grigio l’umore.
In mezzo al grigio sporco delle coperte un’arancia brillante che mi ha portato V (Wally Neuzil) è l’unica luce che risplenda in questo spazio. La piccola macchia colorata mi ha fatto un bene incredibile.
Considerando che Schiele morirà sei anni dopo, nel 1918 come Klimt e Wagner, la sua inutile permanenza in carcere assume una connotazione sacrale (verrà scagionato completamente dalla prima accusa, mentre per l’accusa di esposizione alla pornografia pagherà vedendosi bruciare davanti un’opera ritraente un bambino nudo). Arthur Rossler, principale editore e seguace di Schiele, pubblicherà il Diario dal carcere nel 1922, quattro anni dopo la morte dell’artista. Quanto sia frutto della sua invenzione e quanto sia realmente frutto della mente di Schiele non si saprà mai, eppure emerge chiara la denuncia con cui s’attacca un poeta martire solo perchè non s’adegua ai dettami da Salon (anzi, da Künstlerhaus).

Di generazione in generazione, gli uomini sono i protagonisti di un mondo transitorio. La storia e la letteratura riflettono la tragicità con cui le azioni umane e i sentimenti si ripetono uguali nei diversi tempi, ma alla fine altro non sono che briciole di un formicaio. Distribuite a macchia d’olio in un pianeta entro una galassia bianca addormentata nel buio pesto di una vastità che non conosceremo mai interamente. Nonostante queste l’evidenze, l’uomo è convinto che la sua esistenza, in quel dato spazio e preciso momento, sia la più importante. E per vivere (o sopravvivere) si crea una morale. Cos’ nascono il Bene e il Male, l’amore giusto (puro, fedele) e quello da condannare (tradimento) e vengono istituite la morale e la perversione. Ma cos’è la perversione? Chi decide che un uomo, nato libero, non possa esserlo più? E in base a quali accuse?
L’uomo è imbevuto, citando Schiele, di quella «stupida, stupida cattiveria, quella pigrizia mentale che si compiace di vedere il male altrui. Io so di non aver disubbidito in alcun modo alla suscettibilità della collettività, se non con la mia esistenza».
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