[…] nessuna AI, nessun tool miracoloso potrà mai sostituire il processo di apprendimento e crescita personale, che garantisce all’uomo di essere davvero umano.

E’ l’autrice Claudia Manildo a giungere a questo assunto dopo una lunga “intervista” all’intelligenza artificiale, che diventa argomento e pretesto per compiere una serie di riflessioni di carattere sociologico nel libro Il dolore delle intelligenze artificiali – la chiusura melanconica al tempo di ChatGPT (Amazon Kindle Direct Pubblishing, 2025).

La Manildo affronta la più cocente attualità, soprattutto rispetto al campo della comunicazione nel quale ella stessa si muove in quanto giornalista, occupandosi, ma ancor meglio dire interrogandosi su come, perché il se è praticamente indiscusso, cambierà la vita umana alla luce della utilizzo dell’intelligenza artificiale. Per farlo dialoga direttamente con l’intelligenza artificiale dimostrando, in effetti, che in essa c’è conoscenza – che consente di “generare” risposte”- ma non c’è coscienza, dal momento che non c’è empatia, non c’è sentire, non c’è dolore. Una emotività, insomma, esclusiva dell’uomo e non delle macchine. Almeno per ora (verrebbe da dire!). Proprio il “dolore”, così strettamente correlato all’amore e alla crescita individuale (e collettiva!) dell’individuo – ha una valenza importante per l’autrice. Non a caso questo lavoro chiude il cerchio di una riflessione che viene più lontano nel percorso di studio-riflessione della Manildo che già si era occupata della “melanconia”.

Ma siamo davvero così tristi? Forse sì; sicuramente la frustrazione di una vita di aspettative che poco hanno a che vedere con i desideri più profondi e molto di più con una immaginazione fomentata da standard che dominano le vetrine dei social network di cui spesso si fa un utilizzo sempre più patologico danneggiando se stessi e gli altri. Soprattutto i più piccoli. E‘ su questo retroterra socio-culturale che nasce la paura del progresso? Secondo l’autrice questo terreno antropologico fomenta una suggestione timorosa: chiaramente se l’uomo non riesce a trovare la sua dimensione, non ha chiaro il suo posto, non riesce a nominare i suoi sentimenti e pensa di dover per forza essere parte di un ritmo di vita forsennato a cui una “macchina”, per ovvie ragioni, fronteggia meglio, si sente perso. Se l’uomo che abita l’oggi ha una scala valoriale completamente votata alla produttività le macchine sapranno esserlo, via via, grazie al supporto di trovati rivoluzionari come l’AI, sempre di più.

La visione della Manildo però, per quanto lettura concreta, non è pessimista. Anzi. Il suo realismo fa in conti con una soluzione presto servita: non ci sarà da temere alcun progresso fin tanto che l’uomo non dimenticherà di essere un unicum nella natura; che le macchine non potranno essere come l’uomo e non di dover pretendere da se stessi di essere delle macchine.

[…] L’AI il punto chiave è questo: le intelligenze artificiali di per sé non hanno ancora un ruolo univoco a cui potersi appellare, bensì saremo noi a decidere se usarle per migliorare la qualità della vita o per perpetuare un sistema che sfrutta il tempo e le energie delle persone.

Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura