La sola parola “ipnosi” suscita da sé un mondo misterioso ai più e affascinante; rivela l’immagine di una porta che apre su una dimensione segreta, accantonata, che d’improvviso si fa accessibile. Nell’ultimo romanzo di Donato Carrisi La casa senza ricordi (Longanesi, 2021), l’ipnosi è la soglia da cui il lettore si affaccia nella storia del bambino che si è impossessato della voce di un altro coetaneo, Nico. A scoprirlo è l’ addormentatore di bambini più famoso di Firenze, Pietro Gerber, che tirato in causa sul ritrovamento di un piccolo in un bosco nella Valle dell’Inferno dalla giudice Baldi , riesce a trovare l’innesco perchè cominci a parlare e a raccontare quanto accaduto.
Peccato che non si tratti della sua storia, ma ogni “innesco” che Gerber riesce a decifrare per portare avanti un dialogo terapeutico con Nikolin, è solo la serratura di una nuova finestra di una “casa” svuotata e riempita di nuove memorie. L’ipnosi si fa centro di un gioco a tratti pericoloso, che scaraventa Gerber indietro nel tempo, al caso Hole, un punto di rottura nella sua vita, al cui dolore continua a cercare di sopravvivere.
Un “gioco” che rispetta tre regole:
« Primo: non dovrai parlare a nessuno di me. Secondo: ascolterai ciò che ho da dire…fino in fondo». […] «Qual è la terza condizione?» «Non dovrai cercarmi là fuori».
Così tra uno strascico della fase Rem anche detto “sogno cosciente” , rimpatriate di fantasmi e brutti ricordi, la subdola
“cattività affettiva” e mentronomi che scandiscono il tempo di andare e venire dal buio della propria mente, Nikolin porta a galla una storia che ha dell’assurdo e che rimescola le carte della vita di molti personaggi coinvolti.
Carrisi ha portato alla luce una nuova storia da brividi, fatta di quanto peggio della morte possa esserci: la scomparsa di persone che amiamo. La scomparsa di figli.
Un figlio sparito nel nulla l’avrebbe condannata a trascorrere il resto della vita in una casa senza ricordi. Quelli del passato fanno male. Quelli futuri non hanno alcun senso.
Il finale è raggelante nel suo solo presupporre una presecuzione. Nel suo non mettere un punto.
Eppure, Carrisi lo sa: le storie non dovrebbero mai rimanere in sospeso.
Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura
Antonia De Francesco
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