Se vi dicessi che un vecchietto in preda ad un vuoto di memoria è in grado di proporre una delle letture più lucide della contemporaneità lo credereste un paradosso, vero? E invece dalla penna del premio Nobel per la “Letteratura” Mario Vargas Llosa ne esce un “centenario” dal passato annebbiato, tanto da non ricordarsi l’indirizzo di casa al ritorno da una manifestazione di piazza, ma una visione nitida di ciò che lo circonda e di ciò che lo aspetta. I Venti (Einaudi, 2025) è un breve ed intenso romanzo, in cui l’amico di Osorio partecipa alla protesta per la chiusura del cinema Ideal a Madrid.
Ed è qui che comincia una magia di significati raffinati: non vi parrà un caso che la vicenda parte dalla metaforica “morte” di un “ideale” (letteralmente Ideal in italiano)?
Il protagonista di Vargas partecipa alla “sepoltura” di un cinema, come a dire di un film che ha abitato i suoi giorni quello di un ideale e comunque di una realtà ormai molto lontana: quella di giorni in cui fare l’amore per i giovani era una priorità, mangiare la carne una conquista e schierarsi, combattere per qualcosa una priorità.
Così tra un “vento” e un altro, cercando di tornare a casa, “rivede” luoghi alla luce di ciò che sono diventati, conversa con i giovani “squilibrati” e ne conclude: “Ai miei tempi la ribellione dei giovani si ispirava a certe idee, di instaurare una società egualitaria, di eliminare le disuguaglianze, oppure sesso libero, al femminismo, al diritto all’aborto o a una morte pietosa (ossia l’eutanasia). Adesso, invece, gli adolescenti anticonformisti si battono perché l’intero pianeta si nutra solo di frutta e verdura. Se questa non è la decadenza, non saprei come chiamarla”.
Parole dure, sferzanti, tipiche di chi ha visto il mondo cambiare per poi somigliarsi di nuovo. Una presa di coscienza che si sostituisce al primo senso di smarrimento e turbamento avvertito nel momento in cui si è perso nel tentativo di tornare a casa. Ma non è così che si scoprono nuovi lidi? Imboccando nuove “strade” nel tentativo di rimanere sulla stessa? Provoca paura, innervosisce fino a provocare tanti “venti”, fuori e dentro…ma è una nuova tempesta emotiva a spostarci da dove siamo. E questo può accadere anche a cent’anni.
Così il protagonista di questo romanzo, si rende conto che man mano che cammina i pensieri che crescono dentro di lui sono un balsamo per il vuoto che ha provato fino a non aver più paura di non saper tornare a casa…ed anche se finisce col trovarsi nella merda, lui che- alla fine – saprà riconoscere se stesso e la sua casa, si potrà ripulire e farsi trovare pronto prima che subentri la morte.
Quanti potranno dire lo stesso?
Un piccolo capolavoro che racconta la “puzza” di venti che non riusciamo a sentire o che scegliamo di non avvertire, perché d’altra parte significherebbe rifletterci su, ma di cui siamo circondati. Significherebbe guardare in faccia alla malinconia che avvolge queste pagine, figlia di un vento rivoluzionario diventato un soffio intestinale.
Eppure sono i venti a ripulire l’aria…e le parole, esattamente come mossi dal vento, spingono tra una speranza che c’è ma pare visibile solo a chi è guarda al “tramonto” e una rassegnazione che c’è per chi non riesce a sostenere la visione di un’alba.
E allora mi torna in mente quel verso della famosa canzone dei Led Zeppelin “Stairway to heaven”: “Dear lady, can you hear the wind blow?” (Cara signora, senti il vento soffiare?)…
IO MI AUGURO DI Sì!
Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura
Antonia De Francesco
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