Da carpentiere del museo Guggenheim di New York, Jackson Pollock (Cody, 1912 – Long Island, 1956) si ritrovò ad essere considerato il più grande pittore americano del XX secolo. A scoprire il suo talento e a cambiargli la vita per sempre fu Peggy Guggenheim, ricca collezionista americana e nipote del fondatore del museo.

Le sue opere fino al 1944 erano pressoché sconosciute ma solo qualche anno più tardi riviste popolari come Time e Life gli dedicarono servizi e accesero i riflettori sulla sua personalità eccentrica. Tutti si chiedevano se davvero fosse il più grande pittore mai esistito dopo Picasso, se davvero fosse il più grande artista d’America, l’astro nascente dell’arte americana.
Sicuramente fu il più discusso e il più controverso.
Non ebbe paura di sperimentare, di rompere gli schemi e andare oltre la pittura tradizionale. Il rischio era l’isolamento, non essere considerato e non riuscire a guadagnare neanche un quattrino. Ma al giovane irrequieto Pollock non importava, si buttò senza paura e corse il rischio.
Stende la tela sul pavimento del suo fienile, il suo freddo e piccolo rifugio di campagna in cui passava intere giornate a sperimentare, tracciare, dipingere. La sua non è più una pittura da cavalletto ma un “campo” d’azione, un’esperienza da vivere, un’emozione in cui immergersi. Anche il colore è un elemento vivo che deve percepirsi. Usa vernici industriali mischiate a colori ad olio, che fa colare direttamente dal pennello, da bastoncini o da stecche. Cade in base al movimento e ai gesti dell’artista. Spesso esce direttamente dal tubetto poggiato in attrito con la tela o viene mosso e graffiato dalla spatola.
Il colore è sicuramente il suo punto forte. L’energia resa visibile dal movimento, bloccata sulla tela eternamente, è fatta di una fitta ragnatela di colori in cui l’argento, il rosso e il nero spuntano sempre come i protagonisti assoluti e non vengono risucchiati o neutralizzati dall’infinita matassa. Diventano un’unica cosa con il supporto che spesso ingloba anche elementi extra pittorici come la polvere, i mozziconi di sigaretta, bottoni, chiavi, tappi. Tutto diventa testimonianza di vita vera.
Pollock si muove, quasi danza, si agita su tutti i lati della tela. Il colore ne registra il movimento e l’energia. Poi alza il dipinto lo osserva anche per giorni, ci entra in confidenza per capire se è completo o manca qualcosa. Pollock ritorna più volte sulla tela. La osserva, riflette, cerca se stesso al suo interno. Così dipinge per cercare una cura, una ragione di vita. Per la sua esistenza così turbolenta e tormentata, fatta di eccessi, l’arte è l’unica via di uscita in cui sentirsi veramente libero. Almeno per un momento, fino a quando le sue opere escono dal capanno e vengono sottoposte al giudizio di pubblico e critica.

Quando uscì l’articolo su Life, alla risposta se fosse questo il più grande artista vivente del ventesimo secolo, la rivista ricevette numerose lettere infuriate e indignate da parte di un pubblico che non si capacitava di come un artista dipingesse «come un bambino che sgocciolava il colore creando una confusa matassa».
Eppure da quel momento Jackson Pollock divenne quasi una leggenda. Aiutato da un carattere eccentrico e da un successo breve e intenso, a far parlare di lui oltre le sue opere fu anche la sua vita. Fotografato nella sfera privata e sul lavoro, fu paragonato a James Dean, probabilmente perché contemporanei ed entrambi tormentati dagli stessi demoni, protagonisti di una vita vissuta tra gli eccessi, sempre al massimo, finita nello stesso tragico modo.
Il ribelle, il ragazzo dall’anima molto fragile, Pollock fu il primo pittore ad essere visto come una star americana. La sua sfrontataggine e i risultati a cui arrivò lo resero il protagonista indiscusso in un’epoca in cui i pittori americani si sentivano finalmente liberi, consapevoli di aver creato un’arte nuova che guardava al futuro, che li rendeva euforici e curiosi di scoprire dove li avrebbe portati.
Alejandra Schettino per MIfacciodiCultura
Alejandra Schettino
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