Bozze non corrette (Mondadori, 2025), la trama di un giallo per il rosso di una matita; per me una storia intrigante per mostrare, ancor più che raccontare, la crisi linguistica contemporanea (che non fa il paio con la sua evoluzione e l’introduzione di nuovi slang e lemmi!).  D’altra parte se l’autore è un enigmista, giornalista e semiologo italiano, Stefano Bartezzaghi è facile immaginare che non sarà il classico testo e che – molto probabilmente – la forma, talvolta trascurata o peggio ancora sacrificata sull’altare di ciò che “funziona”, avrà una grande importanza.

Bozze non corrette rientra esattamente in questa aspettativa, anzi la supera per diventare un libro da leggere, un enigma da sciogliere e un mestiere in cui immedesimarsi: la correttrice di bozze, o meglio la redattrice e la correttrice di bozze (la differenze è nella compagine di errori che i due specifici incarichi individuano nella lettura di un testo in correzione).

I cento capitoli in cui si dipana la storia del suicidio dello scrittore Niccolò Errante contengono le indagini di un correttore di bozze (redattore) che – alternando lavoro e inchiesta, che spaccia per giornalistica, cerca di capire cosa sia realmente accaduto. Le pagine però contengono molti errori. Dieci errori per ogni capitolo (in alcuni casi io ne ho considerato qualcuno in più!), per un totale di mille errori che aiuteranno la soluzione del caso. Questo è l’annuncio dello stesso correttore nel corso del romanzo-enigma, per la cui soluzione offre anche delle istruzioni.

Devo ammettere che per una come me abituata a leggere i libri con una matita in mano (guai ad usare la penna!!!) per sottolineare gli argomenti chiave, le citazioni speciali e gli errori,  questo libro è stato un invito a nozze. Lo è stato anche in quando appassionata di enigmistica. Diversamente dal solito, però, la consapevolezza di poter leggere delle sciocchezze, dal momento che alcuni errori sono anche di natura contenutistica – come citazioni sbagliate – mi ha decisamente distratto. Sono convinta, però, che fosse messo in qualche modo in conto.

Rispetto alla parte enigmistica non dirò molto, pur essendo arrivata alla fine del gioco-libro; mi limiterò a dire che, questo aspetto della lettura, di colpi di scena ne offrirà molti!

Al di là della scoperta finale, dunque, ciò che mi ha entusiasmato di questo testo è la riflessione che ne ho partorito. Va bene la trama, fantastico il gioco enigmistico, ma – per me – c’è una scoperta che accompagna costantemente il testo: chi legge è convinto, ed è giusto che sia così, di potersi fidare di ciò che legge.

Lo è, o meglio lo può essere, perché chi scrive – accompagnato dal meticoloso e faticoso lavoro dei correttori di bozze – usa in maniera appropriata e corretta le parole. Questo consente al lettore di potersi abbandonare alla storia, immedesimarsi. Diversamente quando non ci si può fidare della forma, traballa anche la sostanza e di conseguenza la relazione che ne deriva.

Ed ecco l’algoritmo che fa della crisi linguistica crisi sociale (ancor prima antropologica!): più non si sa usare correttamente la lingua, più è difficile esprimersi; più è difficile esprimersi, più non si instaura fiducia. Ed è bene sottolineare che esprimersi correttamente non implica l’uso di parole altisonanti, forme arcaiche o ricercate (nonostante talune siano bellissime e l’italiano nella sua vastità linguistica offra un ventaglio di scelta per ogni sfumatura di significato!).

Significa esprimersi magari senza errori, in modo comprensibile e chiaramente condivisibile, ovvero comunicare.

Insomma, in questo libro c’è qualcosa che supera ampiamente il giallo e forse anche la caccia all’errore (che si propone di essere un giallo nel giallo, essendone alcuni più di semplici refusi!): per me è stata una riflessione sulla lingua italiana e sulla fiducia che viene meno con un interlocutore che non parlare ( né scrivere) con cognizione.

Scrivere poi. Se con l’avvento dei PC e il correttore automatico l’operazione era già falsata, ora con l’Intelligenza Artificiale potrebbe diventare l’inganno del secolo!

In conclusione se quello dello scrittore Niccolò Errante sia stato o meno un suicidio starà a chi legge rivelarlo – anche se alcune circostanze ben costruite del giallo potrebbero suggerire in anticipo ai lettori più attenti quale sia l’esito dell’indagine del correttore di bozze (per me un dettaglio numerico è stato cruciale e rivelatore!), ma che ci sia anche la possibilità di ravvedere inscenato, ciò che nella realtà accade quotidianamente ve lo confesso subito: la lingua italiana viene continuamente ferita a morte.

Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura