Non avrei permesso alle distorsioni di quel mondo di ammantare di nero la mia vita. Quel mondo è quello della criminalità organizzata, più specificamente dei “pentiti”, la mia vita è quella dell’autrice del libro Indomita – La mia battaglia contro le mafie (Castelvecchi, 2025) l’avvocata penalista Civita Di Russo.

L’autrice ripercorre trent’anni di carriera, tre decenni di lotta contro le mafie, nello spaccato della difesa a quegli “uomini d’onore” che decidono di pentirsi e con le loro testimonianze consentono allo Stato di infliggere colpi alle strutture criminali d’appartenenza. L’importanza dell’ “ascolto” dei collaboratori di giustizia – che si mettono completamente nelle mani dello Stato che hanno ritenuto nemico – l’aveva ampiamente intuita il giudice Giovanni Falcone che, insieme al giudice Paolo Borsellino, hanno rappresentato gli emblemi ispiratori dell’avvocata Di Russo.

Al di là di alcuni riferimenti a singoli episodi utili a ripercorrere il suo cammino professionale, Civita Di Russo in questa pagine tratteggia le difficoltà di svolgere questo lavoro, partendo dal principio che tutti hanno diritto alla difesa senza che questo comporti che un professionista debba mettere in discussione la propria etica, né la propria morale.

Emerge così il racconto della necessità di trovare radici forti e convinzioni granitiche nella propria battaglia per la legalità: tenere viva quella passione nata con l’adorato Parry Mason; la forza dentro di sé, in grado di tenere a bada la paura, ispirata da nonna Nannina; l’integrità di Suor Flaviana; l’amicizia e la fiducia legata anche ad un solo sguardo con la migliore amica Titti. Guardare gli uomini della sua scorta è ricordare che la vita è più importante della paura.

Tutto questo le è sempre stato necessario per restare vigile, per non dimenticare che ogni storia ascoltata aveva ancora il potere di ferirmi e allo stesso tempo non rinunciare mai a combattere per i diritti dei miei assistiti, per la lotta alla mafia.

Anche quando questo ha significato correre in lungo e in largo per l’Italia, tra corridoi, tribunali ed aule bunker in cui, soprattutto inizialmente, sentiva mancarle l’aria; anche quando si è tradotto nel rammarico di non essersi dedicata abbastanza alle cure della mamma prima della sua dipartita ed aver implicitamente delegato tutto a suo fratello Angelo; anche quando ha implicato un incontro con una donna, Anna, quando era al quinto mese di una gravidanza difficile che poi l’ha portata a letto per tre mesi per poi vedere nascere Elena, una soffiata di primavera nella sua vita.

Tutto questo perché la sua scelta professionale, alla luce della sua personalità e delle sue convinzioni, non poteva che divenire totalizzante: li avrebbe difesi, sollevandosi dal giudizio, rimanendo neutrale, ottenendo che cambiassero vita, stando attenta ai gesti che si facevano parole e alle parole che divenivano scelte. Ma tutto questo spesso non rimaneva in ufficio: abitava le sue notti a studiare casi, a scrivere memorie, o anche a disturbare il suo sonno.

Avrei cercato l’innocenza, l’amore, il perdono, anche in quegli esseri umani che non sanno praticarli.

Dal primo incarico con “zio Totò”, Civita Di Russo aveva capito che l’avvocato non porta solo codici, ma la propria voce che non arretra. Si sarebbe continuamente misurata col concetto di morte, con le minacce, con l’esigenza di rinunciare alla difesa di un pentito che aveva contribuito all’omicidio di un bambino, applicando la necessità di porre dei confini. Avrebbe dovuto tenere a mente che tutte le relazioni, anche professionali, hanno sempre un aspetto privato e, nonostante l’aura negativa che lo circonda, non dobbiamo mai confondere l’immagine di un criminale con ciò che egli o ella potrebbe essere con noi, faccia a faccia, in un colloquio a quattr’occhi.

Un individuo che collabora con la giustizia vive un conflitto, rinnega ciò che è stato, stringe un patto con le Istituzioni che non ha mai rispettato. Sono uomini e donne che hanno all’attivo crimini di ogni sorta, ma anche famiglie, relazioni, emozioni. Come il membro della “Sacra Corona Unita” che si innamorò di lei, costringendola a rinunciare all’incarico.

Le pagine di Civita Di Russo sono una testimonianza di un mondo di cui difficilmente si può avere una visione dall’interno; una delle compagini più complesse della lotta alle mafie perché – come l’autrice stessa spiega – il concetto di difesa, per i non addetti ai lavori, attiene erroneamente all’idea di comprensione, di giustificazione, di perdono. Non c’è nulla di più falso. Quando difendo un criminale, non giustifico nulla del suo operato; non è necessario, da parte mia, assolverlo da un punto di vista morale: semplicemente, quando accetto un mandato di assistenza legale, mi occupo della difesa di un imputato nel senso tecnico-giuridico, poiché questo dice la nostra Costituzione.

Con tutto ciò che comporta. Perché è una vita che si sceglie, pur restando Indomita.


Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura