Ironica, graffiante, irriverente. A differenza di altre “sorelle” più dolci e aggraziate, la Satira è una musa arguta e sfacciata, a tratti grottesca, abile nell’affascinare attraverso quel sorriso amaro che diverte e, al contempo, fa riflettere. Una dea che, nel corso dei secoli, ha conquistato artisti e letterati, pronti ad ascoltare il suo canto per correggere, a colpi di penna e pennello, i (mal)costumi delle società di ogni epoca.


Pur inserendosi tra due imperatori quali Caligola e Nerone, celebri più per le loro stravaganze che per le loro virtù, Claudio non viene particolarmente ricordato per le sue capacità amministrative.

Cagionevole di salute e tanto introverso da essere ritenuto stupido, non aveva mai preso parte alla politica e non era mai stato adottato dall’imperatore Tiberio, tenendosi a debita distanza dai “giochi” di palazzo.

Ciononostante, grazie all’insistenza dei pretoriani (le guardie dell’imperatore) e alle loro pressioni sul Senato, a 51 anni dovette salire al trono, subentrando all’assassinato Caligola e dimostrando di essere tutt’altro che ingenuo. Di indole meditativa e caratterizzato da una pedanteria dovuta anche alla sua passione per lo studio meticoloso delle lettere e della filosofia, Claudio seppe adempiere al suo dovere, nei suoi anni di impero, con severità e serietà.

Il suo governo, però, fu pesantemente condizionato dalle vicissitudini domestiche: i matrimoni con Messalina prima e con Agrippina poi influenzarono le sue decisioni e le sue attività, nonché la scelta del suo successore.

Alla sua morte, giunta per avvelenamento da funghi e storicamente ricollegata alla congiura della moglie Agrippina, il nuovo imperatore divenne Nerone, nato da una precedente relazione tra quest’ultima e un altro uomo. Tuttavia, il buon governo di Claudio, il cui motivo della morte venne occultato da Agrippina fino all’elezione del figlio Nerone, portò alla sua sepoltura in pompa magna e alla sua divinizzazione.

Proprio al primo periodo di Nerone risale l’unica satira menippea in lingua latina che ci è conservata: l’Apokolokýntosis(letteralmente “Trasformazione in zucca”, 54 d.C.) di Lucio Anneo Seneca, scritta in prosa, seppur con alcune parti in versi, utilizzando un linguaggio vario e corrosivo; ai registri di generi letterari elevati, come la tragedia e l’epica, fanno infatti da contraltare espressioni volgari e colloquiali che rendono l’opera comicamente grottesca.

Perché, dunque, questo preambolo dedicato a Claudio? Perché quest’opera di Seneca, filosofo, politico e tragediografo, nonché tutore e precettore di Nerone, è incentrata sulla derisione e sullo svilimento della figura dell’ex imperatore. Altri due modi con cui viene identificata l’Apokolokýntosis  sono, infatti, Ludus de morte Claudii (“Scherzo sulla morte di Claudio”) oppure Divi Claudii apotheosis per saturam, (“Satira sulla divinizzazione del Divo Claudio”) richiamando esplicitamente sia il nome di Claudio sia il carattere ironico dello scritto.

Il titolo Apokolokýntosis allude alla parodia di una Apotheosis (trasformazione in divinità), giocando con il termine greco kolokýnte (zucca) e ottenendo una divertente assonanza intorno alla quale ruota l’intera vicenda, per sottolineare come l’ex imperatore, anche dopo la morte, rimase lo stesso sciocco zuccone che era stato in vita.

La satira di Seneca è accesa e irriverente, attacca senza esclusione di colpi la figura di Claudio e ne sottolinea la patetica stupidità. Ma quale fu il motivo di tanto astio?

Alcuni studiosi considerano la volontà dell’autore romano di screditare Claudio per esaltare la figura di Nerone. Tuttavia, la maggior parte dei filologi e degli storici rileva, nell’Apokolokýntosis, più una vendetta personale di Seneca che l’intento di magnificare il nuovo imperatore evidenziando i difetti del suo predecessore.

Claudio infatti, per sollecitazione della prima moglie Messalina (abile nel tessere intrighi di corte), aveva mandato il filosofo romano (personaggio scomodo) in esilio in Corsica. Solo dopo la morte di Messalina, la nuova consorte di Claudio, Agrippina, della cui famiglia Seneca era stato sempre uno strenuo sostenitore, riuscì a ottenere che il filosofo potesse rientrare a Roma. E nonostante, nel 41 d.C., Claudio avesse personalmente impedito che il filosofo venisse condannato a morte, concedendogli la via del confino, Seneca non gli perdonò mai l’ingiusta condanna, redigendo, dopo la sua dipartita, questo libello ingiurioso.

Venendo brevemente al contenuto del testo, l’opera si apre con un elogio a Nerone, per poi proseguire con Apollo e le Parche (divinità che avevano la possibilità di controllare le sorti e il destino degli esseri umani) che decidono la morte la Claudio, favorendo così l’inizio di una nuova età dell’oro. Una volta deceduto, Claudio si reca all’Olimpo per ottenere il permesso di accedervi. Prima di arrivare al monte sacro, incontra Ercole, inviato dagli dei, con cui fa amicizia. Si svolge dunque un concilio divino (parodia di una seduta senatoria) per decidere se Claudio possa diventare un dio oppure se, essendo già stato divinizzato tra i mortali, non meriti piuttosto di essere cacciato negli Inferi. Nonostante le argomentazioni di Ercole per l’ingresso di Claudio, una brutale invettiva dell’ex imperatore Ottaviano Augusto (già divinizzato) smaschera i delitti e le corruzioni di Claudio, persuadendo il Concilio a escludere quest’ultimo, che viene condotto nell’Orco (l’inferno romano) da Mercurio. Lungo il tragitto, l’ex imperatore incontra schiere di persone che, si diceva, avesse ingiustamente condannato a morte, per poi giungere davanti al giudice infernale Eaco. In una sorta di tribunale dell’Oltretomba, Eaco ripaga l’imputato Claudio con la stessa moneta, ascoltando esclusivamente le accuse dei suoi detrattori per poi condannarlo a giocare a dadi con un bossolo sfondato per l’eternità, in un vero e proprio contrappasso dantesco ante litteram! I dadi, infatti, erano stati in vita il suo passatempo preferito (su cui aveva perfino scritto un opuscoletto), e la pena sarebbe stata quella di giocare senza vincere mai.

L’opera termina con l’apparizione di Caligola che reclama il condannato come suo schiavo, per poi regalarlo al giudice Eaco che, a sua vota, lo consegna al suo liberto Menandro, affinché gli presti servizio come usciere.

Claudio, dunque, continua, anche da morto, a essere servo di un liberto, come lo era stato (metaforicamente) in vita del ricco liberto Pallante; e questa conclusione è la vendetta più personale che Seneca potesse architettare.

Nella sua satira, «Seneca – come afferma il latinista tedesco Ulrich Knoche nel saggio La satira romana (1957) – non schernisce Claudio come uomo di Stato, ma lo demolisce come persona con una caricatura velenosa in cui la cattiveria assume un’efficacia irresistibile soprattutto perché l’autore conosce benissimo tutte le qualità e le inclinazioni, anche le più insignificanti, del suo personaggio e le mette a nudo con scherno feroce».

Andrea Romagna per MifacciodiCultura