L’Odissea non è mai stata soltanto un poema.
È una sorgente, una matrice, un codice genetico della narrazione
occidentale. Ogni epoca la rilegge, ogni civiltà la reinventa, ogni
artista la attraversa come si attraversa un mare antico che continua a
muoversi anche quando crediamo di conoscerne le coste. L’Odissea non è
una storia di eroi: è una storia di archetipi. E gli archetipi, a
differenza degli eroi, non muoiono, non invecchiano, non appartengono a
nessuno. Migrano.
Ulisse non è un uomo: è l’archetipo del ritorno impossibile, della
conoscenza che brucia, dell’identità che si frantuma e si ricompone.
Penelope non è una moglie: è l’archetipo della resistenza creativa, del
tempo che si tesse e si disfa, della fedeltà come atto di potere. Elena
non è la bellezza: è l’archetipo della ricchezza contesa, del valore che
muove gli eserciti, della scintilla che accende la barbarie. Elena è ciò
che una civiltà vuole possedere: un capitale, una risorsa, un oggetto di
desiderio che non nasce dall’estetica ma dal potere. Oggi potrebbe
essere il gas, il petrolio, le terre rare, l’acqua: tutto ciò per cui
gli uomini si massacrano per avere di più.
Omero, se è esistito, se è stato un uomo o una tradizione orale, avrà
certamente immaginato Elena come una donna greca. Ma ciò che conta non è
il corpo che aveva in mente: è l’idea che ha costruito. Gli epiteti che
le attribuisce non appartengono alla carne, ma alla funzione: dalle
bianche braccia, dai bei capelli, divina fra le donne. Non sono
descrizioni realistiche: sono formule rituali che indicano valore,
preziosità, splendore.
Elena non è un ideale estetico: è un archetipo economico e simbolico. È
ciò che una civiltà teme di perdere e desidera possedere.
La storia dell’arte lo ha sempre capito. Elena non è mai stata
rappresentata come una donna reale: è un miraggio, un bagliore, un
concetto. I preraffaelliti la dipingono come un’apparizione, i
simbolisti come un’icona del desiderio e del potere, gli artisti
contemporanei la frammentano, la moltiplicano, la trasformano in
un’idea. Elena nell’arte non è mai “bella”: è sempre preziosa. È la
ricchezza che muove il mondo.
Per questo la scelta di Nolan, Lupita Nyong’o, non è un tradimento, ma
una fedeltà profonda. Non perché “Elena diventa nera”, ma perché Elena
torna a essere ciò che è sempre stata: la risorsa contesa. La regalità.
Il valore. La densità del potere che non si calcola sul colore della
pelle. Nolan non fa inclusione: fa mitopoiesi. Libera Elena dal canone,
dal museo della bellezza, dalla pelle. La restituisce alla sua natura
originaria: la ricchezza non ha colore. Il valore non ha etnia. Il
potere non ha genealogia.
E mentre Elena è il desiderio che incendia la storia, Ulisse è il corpo
che la attraversa.
Ulisse non è luce: diventa luce. La sua figura è una delle più
affascinanti della narrazione occidentale perché, pur mantenendo intatto
il significante, cambia completamente significato. Nell’Odissea è l’uomo
che domina con l’intelletto, con l’astuzia, con la strategia. È l’eroe
che vince perché pensa, che sopravvive perché inganna, che supera i
limiti perché li sfida. Ma questa intelligenza, così celebrata, è anche
la sua hybris: la sua arroganza, la sua fame di controllo, la sua
volontà di superare ciò che gli dèi hanno stabilito.
Dante lo vede proprio così: un uomo che muore perché osa troppo, perché
confonde la conoscenza con il potere, perché scambia il sapere per
dominio.
Joyce lo trasforma in un uomo qualunque, Leopold Bloom, che attraversa
un giorno qualunque, mostrando che il viaggio non è conquista ma
consapevolezza.
L’arte lo dissolve, lo frammenta, lo reinventa: Turner lo fa diventare
un bagliore nella tempesta, Böcklin un viandante metafisico, Delacroix
un eroe romantico, gli artisti contemporanei un collage di identità.
Nolan compie un gesto radicale: non tradisce Ulisse, lo completa. Lo
porta dentro un viaggio che non è più geografico ma interiore. Non è più
l’uomo che vince perché pensa, ma l’uomo che sopravvive perché
comprende. Non è più l’eroe che supera i limiti, ma l’essere umano che
riconosce il limite. Non è più l’intelligenza che domina, ma la
consapevolezza che salva.
Ulisse diventa luce perché attraversa l’ombra. Diventa uomo perché
attraversa la caduta. Diventa archetipo della maturità perché attraversa
la fine della propria arroganza. Nolan non lo trasforma: lo eleva. Matt
Damon incarna proprio questo: un Ulisse che non torna per dominare, ma
per capire. Un Ulisse che non cerca la gloria, ma la misura. Un Ulisse
che non vuole più possedere, ma appartenere. Un Ulisse che non è più il
simbolo della conquista, ma della trasformazione.
Ed è qui che Odissea si apre nei suoi quattro livelli, come una
conchiglia che rivela la sua architettura interna.
Il primo è narrativo: Nolan non racconta una storia, ma riattiva un
mito. Lavora sugli archetipi, non sui personaggi. Trasforma l’Odissea in
un organismo che respira nel presente, come Dante aveva trasformato
Ulisse nel simbolo della conoscenza che consuma, come Joyce aveva
trasformato il viaggio in un giorno qualunque che contiene l’infinito.
Ogni epoca riscrive l’Odissea secondo ciò che teme e ciò che desidera.
Nolan la riscrive come tensione tra memoria e identità, tra tempo e
potere, tra valore e contesa.
Il secondo livello è cinematografico, ed è qui che Nolan compie un atto
di fedeltà assoluta al mito. Sceglie l’IMAX (una tecnicissima telecamera
che permette modalità di ripresa molto ravvicinate)come strumento di
visione, non per spettacolarità, ma per precisione. L’IMAX diventa la
nuova lira del cantore: un dispositivo che non amplifica, ma avvicina.
Le inquadrature dal basso sono il punto di vista dei personaggi, la loro
fragilità, la loro misura umana. Le inquadrature dall’alto sono il punto
di vista degli dèi, la loro distanza, la loro indifferenza. Il film
alterna questi due sguardi come se stesse ricostruendo la struttura
stessa dell’epica: noi siamo accanto ai personaggi, quasi dentro la loro
pelle, mentre la narrazione ci ricorda che esiste sempre un occhio
superiore che osserva, giudica, punisce.
Nolan non ci fa vedere il mito: ci fa sentire dentro il mito.
E questo rende il film ancora più sublime.
Il terzo livello è filosofico: il viaggio della conoscenza dalla hybris
alla consapevolezza del limite. L’uomo che vuole sapere tutto,
controllare tutto, dominare tutto, finisce per scatenare forze che non
può contenere. La conoscenza senza umiltà diventa rovina. La potenza
senza misura diventa barbarie. La civiltà che supera il mistero del
creato senza accettarne il limite scatena la propria fine.
Ed è impossibile, guardando Odissea, non pensare alle immagini di
distruzione che hanno segnato il nostro presente: Gaza, l’Ucraina, le
guerre che continuano a bruciare il mondo. Nolan non mostra nulla di
tutto questo, ma lo evoca. Lo suggerisce. Lo lascia vibrare sotto la
superficie del mito.
Il suo è un messaggio di pace, sottile e raffinatissimo: non commettiamo
più questo.L’umanità aveva già avuto un’occasione per rinascere.
L’abbiamo tradita. Smettiamo di tradirla.
Il quarto livello è metafisico: l’uomo deve abbandonarsi alla vita. Non
nel senso della rinuncia, ma dell’accettazione. Accettare che esiste un
limite. Accettare che non tutto può essere compreso. Accettare che
vivere è più importante che dominare. Accettare che il bene non è mai
solo personale, ma sempre condiviso. Il viaggio dell’eroe non è verso la
conquista, ma verso la resa consapevole. Una resa che non è sconfitta,
ma maturità.
E così Odissea diventa un film di una bellezza commovente ai massimi
livelli. Non perché è perfetto, ma perché è vero. Perché parla del
mistero del creato, del limite umano, della fragilità come passaggio,
della conoscenza come responsabilità. Perché non si limita a raccontare
un mito: lo diventa.
E noi, spettatori, non vediamo più un racconto antico: vediamo noi
stessi. Il nostro desiderio di possedere. La nostra paura di perdere. La
nostra fame di sapere. La nostra necessità di comprendere.
Ma sempre ognuno di noi, singolarmente nel proprio viaggio, deve tenere
in mente Itaca,
“Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.”
Konstantinos Kavafis, Itaca (1911)