– In scena al Teatro Martinitt di Milano fino al 30 marzo, il sublime spettacolo Una compagnia di pazzi –
scritto e diretto da Antonio Grosso
con Antonio Grosso, Antonello Pascale, Rocco Piciulo, Gioele Rotini,
Gaspare Di Stefano e Adriano Aiello
“La salute non analizza se stessa e neppure si guarda allo specchio.
Solo noi malati sappiamo qualche cosa di noi stessi.”
Italo Svevo, La coscienza di Zeno, 1923
Il sipario si apre e ci ritroviamo tutti sospesi negli anni’40 in un manicomio dismesso, simbolo della follia del mondo, sul finire della seconda guerra mondiale. In cura sono rimasti solamente tre malati psichiatrici e due infermieri, anch’essi ivi rinchiusi senza possibilità di uscita. Tutti protagonisti, ognuno con la propria storia, si ritrovano privati della loro libertà e diviene subito chiaro come il loro legame trascenda il ruolo di pazienti e infermieri e divenga subito un atto di fratellanza e profonda umanità.
La terra trema per i continui bombardamenti e le truppe naziste occupano il territorio.
I fratelli infermieri in un atto di coraggio mettono a punto un piano per una nuova vita in America e pensano di portare con loro anche i tre malati mentali, ma vengono tutti catturati nel tentativo di fuggire.
Così, insieme, mano nella mano affrontano tutti la morte. E, finalmente, nevica…
“Una Compagnia di Pazzi” è uno specchio della nostra società, un reminder dell’importanza di emozionarci, condividere e riflettere. Un’esperienza che ci ricorda perché il teatro può essere una cura per l’anima e deve essere promosso sempre e sempre di più.

Questo spettacolo, in particolare, scritto e messo in scena in maniera perfetta, con le luci che diventano il settimo attore sul palco, intense nella loro danza di colori, può essere una sorta di navicella emotivo temporale che ci riporta alle fucilazioni affrontate fieramente con la schiena dritta dai tanti martiri della libertà: i partigiani italiani proprio nella seconda guerra mondiale, rese eterne dalle pennellate furiose di Renato Guttuso,

oppure al massacro affrontato dagli spagnoli nelle giornate di maggio del 1808, fotografate dal pennello di Francisco Goya, e ancora a Dostoevskij al patibolo in Siberia pronto a essere fucilato (si salverà miracolosamente), a Van Gogh chiuso nel manicomio di Saint Remy che sogna di evadere nella notte stellata che intravede dietro le sbarre, fermata nel tempo dal suo pennello su tela nel 1889 e naturalmente ad Alda Merini rinchiusa in manicomio per un semplice disturbo bipolare e costretta a più di 40 elettroschock, senza morfina.

La bravura straordinaria degli attori in scena, con un plauso particolare al “pazzo” Adriano Aiello, riporta a pensare alle atrocità fatte subire nella storia a tutti i diversi, i fastidiosi, coloro che non seguono regimi idioti e stupide ideologie o a coloro che ne rimangono vittime innocenti come Mahsa Amini, la ragazza iraniana uccisa per aver indossato l’hijab in modo sbagliato, a cui il regista Antonio Grosso ha dedicato questo spettacolo.

La storia si ripete e il confine tra giusto e sbagliato, tra bene e male, tra sanità e malattia diventa sempre più labile.
In un mondo così folle, capace di commettere ancora atrocità impensabili nel 2025, forse l’estrema sensibilità di coloro considerati “diversi” e finanche “pazzi” può guarire questa società umana così malata con un’unica cura che risuona nei cuori di chi la conosce: l’EMPATIA.
“Ero matta in mezzo ai matti,
i matti son simpatici,
non così i dementi.
Quelli li ho conosciuti tutti dopo,
quando sono uscita.”
Alda Merini
Andate a teatro,
cura l’anima.
Valentina Ferrario
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