“Il canto del tempo” ( Genesi Editrice, 2022) – la nuova silloge poetica di Roberto Costantini – protende all’infinito ma ha un’origine ben definita ed è quella “tormentata” di “Musagete” (Genesi Editrice, 2021). Se con la raccolta poetica vincitrice del premio “I Murazzi” di Torino il poeta è nel pieno della ricerca di se stesso, scava nel suo passato e prende in soccorso il passato mitologico apollineo nel tentativo di “tradursi”, con la nuova raccolta completa il percorso inaugurato.

Costantini arriva fisicamente sul lago di Braies, in un fine settimana di fine estate, ma è l’inizio della sua dimensione, perchè – contestualmente – arriva finalmente a se stesso. E allora non sono più le parole del mito a riempire i suoi versi, quella rincorsa alla luce, ma sono sue le parole autentiche a bastargli per dire a se stesso e agli altri – in versi di straordinaria generosità – chi è e dove è arrivato. “[…] abbandono il giunco come posso, /per ritrovami genitrice ancora./ Ecco che si ridestano le sillabe, / […]”

“Allora è tempo di cantare il tempo” – scrive. In un’ altalena di dolore e speranza, l’autore sprigiona quella sensazione estasiante di essere al posto giusto nel momento giusto. Sui confini frastagliati di un lago di alta quota pensa – e fa rivivere nella sua poesia – quell’appuntamento col destino, non a caso rimandato più volte, in cui tutto prende senso: “finchè non regni definitiva la pace”, sillaba il pensiero poetico.

Padroneggia lungo tutti i componimenti quella netta sensazione, dopo perenni sensazione di disadattamento, di aver trovato il posto giusto in un mondo incauto e, alle volte, crudele nella sua bruttezza, quanto nella sua bellezza. Quella consapevolezza di non essere vittima di se stesso, ma di comprendersi – finalmente – senza più solo assecondarsi.

Ti cerco negli squarci lividi di notte

tra le grandi labbra del monte vulcano

nella polvere dei passi tuoi anneriti.

Ti indosso tra i profumi miei sbiaditi

dove l’aria tace tavolta sfinita

mi sei nella pelle e chiodo tra gli occhi.

E ogni volta che mi tendi uno sguardo

ogni volta si apre un mare scosceso.

L’aria smette di tacere, tra la natura di Braies, tra gli sguardi che si incrociano con nuovi compagni di viaggio. Un viaggio che si protrae senza una ragione palesemente precisa, che – ad un certo punto – risponde ad una meta manifesta. Così anche gli sguardi intorno da “chiodo tra gli occhi” si fanno “dita rosate di un’alba già vissuta” ma forse non ancora riconosciuta.

Tu che tieni per mano questo bambino vecchio,

che rifletti questa pelle incisa nella seta sua,

tinta dalle dita rosate di un’alba già vissuta,

tu mi sei brezza rara e sonora,

sei il dono promesso dall’orchidea morente,

la tenda che s’alza per mostrarmi il creato,

sei la risata ispida che mi sbellica sereno,

e mi porta lontano, là dove non ho vergogna.

Il tutto immerso in “Unheimlich” freudiano – quel senso di familiarità ed estraneità – in supporto del quale Costantini sceglie di accompagnare i suoi versi con la fotografia di Emy Mei, autrice anche della copertina del testo: il bianco e nero di una sedia in una distesa di sabbia, carica di estraniante attesa, di tentativo di “equilibrio” tra l’uomo e la sua natura.

Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura