
Camicia bianca abbottonata fino all’ultimo bottone, cravatta nera al collo e giacca elegante: è questa l’immagine più comune di Dino Buzzati (San Pellegrino, 16 ottobre 1906 – Milano, 28 gennaio 1972), un uomo distinto e composto che ha incarnato a pieno la figura dell’intellettuale novecentesco, nel suo essere giornalista, pittore, scrittore, drammaturgo e poeta.
Dopo la laurea in legge, viene subito assunto presso il Corriere della sera, prima come cronista e poi come corrispondente di guerra nel 1939 in Etiopia. Negli anni Trenta aveva già pubblicato un paio di fiabe per bambini, ma il successo arriva nel 1940 con Il deserto dei Tartari, edito per Rizzoli.
Dino Buzzati è uno degli autori simbolo del realismo magico, dove un’atmosfera di attesa e sospensione è percorsa da un senso di inquietudine esistenziale, come se ci fosse qualcosa di urgente da sapere, una risposta che non arriva, mentre la si attende con dissimulata impazienza. Questa atmosfera, presente in molti racconti di Buzzati, la si respira tra le pagine de Il deserto dei Tartari, in cui viene narrato il lento scorrere della vita di Giovanni Drogo all’interno della Fortezza Bastiani. Per tutto il romanzo si attende il momento in cui i Tartari finalmente giungeranno dall’orizzonte della sconfinata distesa di sabbia e roccia, pregustando l’attimo in cui l’arrivo della guerra permetterà al soldato di diventare eroe. Ma mentre Giovanni aspetta per una vita intera di iniziare a vivere, arriva il nemico contro cui nessuno alla fine vince: la morte. L’immagine emblematica di questo romanzo è il sorriso con cui Giovanni Drogo muore, dopo che gli è giunta voce che finalmente il nemico sta per arrivare alla fortezza.
Il deserto, con il suo spazio sconfinato e indefinito, in cui ogni punto è allo stesso tempo uguale e diverso, è uno scenario ricorrente nelle storie di Buzzati, dove il vuoto e il silenzio e l’immobilità lasciano il tempo sospeso, in attesa di qualcosa che non arriva. Ma non è solo un paesaggio naturale, è anche un paesaggio interiore insito nell’autore, che lo rappresenta nei suoi quadri, come ad esempio ne Il Duomo di Milano, dove il monumento simbolo della città diviene una parete di roccia con guglie e insenature.
Un’attesa diversa permea un racconto autobiografico, inserito in Sessanta racconti (1958), che nella sua brevità trasmette la bellezza delle situazioni immaginate e non accadute, dell’illusione dell’amore che lascia spazio all’amara realtà fino a demolire ogni parvenza di sintonia con l’altro. Parlo di Inviti superflui che è, a mio parere, tra le più belle pagine della letteratura italiana del Novecento:
Vorrei pure – lasciami dire – vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colme di inquietudini. […] Noi manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia e malanimo; bensì sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze dell’uomo.

Negli anni Sessanta, influenzato dal clima di quel periodo, pubblicò due opere che fecero scalpore. La prima, Un amore (1963), parla della relazione tra Antonio Dorigo, uomo maturo che ha un rapporto difficile con le donne, e Leida, ballerina della Scala, minorenne, che si prostituisce in una casa di appuntamenti. La seconda, Poema a fumetti (1972), è invece frutto della sintesi tra Buzzati scrittore e pittore, sintesi che dà vita alla prima grafich novel italiana. Il mito di Orfeo ed Euridice viene ripreso dall’autore e rielaborato in chiave moderna, inserito nella città di Milano e rappresentato con disegni dalla forte carica erotica, del tutto inaspettati da quel distinto signore in giacca e cravatta.
Qualcuno, al tempo del suo primo successo, ipotizzò che la sua scrittura fosse stata profondamente influenzata da Kafka, ma Buzzati tolse ogni dubbio sulla provenienza della sua ispirazione con una semplice domanda:
Mi sai dire un luogo qualsiasi del mondo che, più di un giornale, possa essere considerato lo specchio fedele della fuga del tempo?
Anche Dino Buzzati, come Giovanni Drogo, attese all’interno della sua fortezza, sita in via Solferino, l’arrivo della grande occasione che non arrivava. Per quanto la sua scrittura fosse insomma velata da un qualcosa di magico e inquietante, che sembra porla in una dimensione altra rispetto alla realtà, lui nella sua arte seguì sempre un semplice comandamento, secondo il quale realtà e fantasia sono sullo stesso piano, perché dentro il cervello poco importa quali immagini giungono dall’esterno e quali nascono dall’interno. Per Dino Buzzati non vi era dunque alcuna differenza tra il narrare un fatto di cronaca nera a Milano o la vita di un marinaio seguito da un colombre.
Jennifer Carretta per MIfacciodiCultura
Jennifer Carretta
Articoli correlati
Ti racconto Marcel Proust
Cerca un articolo
Seguici su Facebook
Let’s Feel Good
“LET’S Feel Good”: uno show-room culturale dove “sentirsi bene”.
Un luogo dove degustare Cultura, Arte, Intrattenimento: corsi di comunicazione creativa, workshop, incontri con artisti, scrittori e giornalisti, reading letterari e teatrali, serate musicali e aperitivi culturali con degustazioni di vino biologico e birra artigianale.
Un luogo dove sentirsi a casa, immersi in una dimensione artistica che riesce a stupirti comunicandoti sempre qualcosa di nuovo.


Viale Bezzi, 73 – 20146 – Milano
P. IVA 07988450966





