Ironica, graffiante, irriverente. A differenza di altre “sorelle” più dolci e aggraziate, la Satira è una musa arguta e sfacciata, a tratti grottesca, abile nell’affascinare attraverso quel sorriso amaro che diverte e, al contempo, fa riflettere. Una dea che, nel corso dei secoli, ha conquistato artisti e letterati, pronti ad ascoltare il suo canto per correggere, a colpi di penna e pennello, i (mal)costumi delle società di ogni epoca.

Attraverso l’espediente letterario della favola, già visto in autori come Fedroe Trilussa, George Orwell (al secolo Eric Arthur Blair) scrisse, tra il novembre del 1943 e il febbraio del 1944, La Fattoria degli Animali: opera satirica che, declinando in chiave “animalesca” la situazione sociopolitica dell’Unione Sovietica, denunciava senza mezzi termini lo stalinismo e le sue nefandezze.

I personaggi della tenuta, dagli animali che tradizionalmente abitano stalle e cortili fino al fattore, sono l’allegoria dei protagonisti del regime che, esasperando e tradendo il pensiero comunista, venne instaurato nell’URSS nella prima metà del Novecento.

In un primo momento, il manoscritto fu rifiutato da diverse case editrici per le chiarissime allusioni critiche a Stalin, all’epoca alleato con le democrazie capitalistiche contro il nazifascismo. Tali difficoltà di pubblicazione vennero sottolineate da Orwell nel celebre pamphlet dedicato alla libertà di stampa (The Freedom of press, 1945), in cui l’autore si lamentava per la cosiddetta «censura occulta» (mediante la quale «è possibile ridurre al silenzio le idee impopolari e tenere nascosti i fatti scomodi senza alcun bisogno di veti ufficiali») e per la «vigliaccheria intellettuale» degli editori, preoccupati più dell’opinione pubblica che di eventuali processi.

Il tema della censura, trattato dallo scrittore britannico in questo breve saggio, è ben noto e sarebbe interessante anche per la materia satirica affrontata in questa rubrica. Tuttavia, c’è un altro argomento molto affascinante e meno conosciuto che, dalla lettura de La Fattoria degli Animali e dalla sua connotazione satirica, stuzzica la riflessione: il cosiddetto animus iocandi (espressione di natura giurisprudenziale, ma applicabile anche all’aspetto artistico-letterario di un’opera satirica) che si esprime con l’intento comico, il quale però, in questo romanzo, sembra latitare.

Ripensando alla trama, infatti, gli episodi violenti che si verificano nella proprietà del fattore Jones, e cioè le atrocità accadute nell’Unione Sovietica con una propaganda aggressiva e con la brutale repressione delle voci antigovernative, sono numerosi.

«Vennero tutti trucidati sul posto – scriveva Orwell in un passaggio del libro in cui alcuni animali ammettevano il loro tradimento – e così si snodò una sequela di confessioni e di esecuzioni, finché ai piedi di Napoleone (ndr. Il capo dei maiali, allegoria di Stalin) giacque una catasta di cadaveri e l’aria fu impregnata di un odore di sangue».

Questo non è l’unico episodio cruento, mentre sono rarissimi (se non addirittura inesistenti) gli aneddoti scherzosi. L’unico elemento di divertimento può essere, appunto, la riduzione bestiale del dittatore sovietico e di altre figure di spicco della politica russa; ma tra le pagine del romanzo, la tensione psicologica e il dramma prevalgono decisamente sul gioco e sull’umorismo.

Tornando quindi all’animus iocandi, esso rappresenta l’intento comico e scherzoso del contenuto satirico, volto a far ridere il lettore o lo spettatore. È quel sorriso amaro che, partendo dalle labbra, giunge alla mente per stimolare il pensiero critico.

Ma se il contenuto non è divertente, se la critica non porta sempre alla risata, come nel caso de La Fattoria degli Animali, si può comunque parlare di opera satirica?

C’è chi sostiene che la manifestazione satirica debba sempre far ridere per distinguersi dalla classica critica o, in certi casi, dalla diffamazione; a contrario, c’è chi afferma che non si può chiedere alla satira, mezzo di biasimo e di attacco al potere, di essere perennemente burlesca, di ammonire così, per gioco, al solo scopo di divertire; insomma, non si può più imporre agli autori satirici di essere dei meri giullari!

Personalmente appoggio questo secondo filone per il quale l’animus iocandi è apprezzabile ma non è assolutamente indispensabile affinché si possa parlare di satira. Essa non dev’essere vincolata alla necessità di suscitare il riso, ma deve piuttosto favorire la riflessione, indurre allo sdegno, scuotere il pubblico dal suo torpore indirizzandolo magari verso il sorriso, senza però esigerlo a ogni costo. Con La Fattoria degli Animali, con la sua favola amara e con la ridicolizzazione seria del regime stalinista, priva di ilarità, Orwell ha sviluppato un romanzo fortemente critico nei confronti della tirannia sovietica. Una novella che non fa ridere ma che fa riflettere e che, con il suo brillante espediente favolistico, può essere senza dubbio annoverata tra le maggiori opere satiriche del XX secolo.

Andrea Romagna per MifacciodiCultura