Questo libro non era in programma tra le letture. Ognuno di noi si appunta, anche solo mentalmente, i titoli che solleticano la propria curiosità per poi soddisfarla. Messaggio per un’aquila che si crede un pollo (Piemme, luglio 2013) di Anthony De Mello è un testo che ho cercato in libreria per conto di una persona che mi ha chiesto di verificarne la disponibilità in scaffale, ma poi non ha potuto più prenderlo ed io, che mi ero impegnata a farlo mettere da parte, non ho potuto fare a meno di comprarlo personalmente.

Così mi sono “imbattuta” nella lettura delle pagine di quello che ho scoperto essere stato definito, nel tempo e nel mondo, il “maestro del pensiero positivo”, il padre gesuita indiano De Mello, le cui parole si muovono in un perimetro all’interno del quale impera la spiritualità cristiana, ma trovano spazio anche correnti spirituali taoiste e buddhiste.

Nell’affrontare le sue parole mi è parso come porsi al cospetto di una grande platea in ascolto: persone per le quali voleva risuonare come una sorta di “sveglia”. Non a caso, già in copertina, campeggia la frase: Spiritualità significa risveglio. Svegliatevi!

Quella che si coglie, sin da subito, in effetti, è una sorta di “mission” che sottende tutto il lungo “discorso” proposto in questo testo da De Mello (di cui già dice molto il titolo!) per ricordare alle “aquile” che non sono “polli”.

E cosa voglia dire con questa metafora è facile intuirlo. Solo lavorando su se stessi è possibile riscoprirsi “re degli uccelli”, ma non in termini di paragone con gli altri, ma nello sperimentarsi, giorno dopo giorno, nella propria consapevolezza, nell’intimità che ci appartiene tra l’ “io” e il “me”.

E’, dunque, consapevolezza, la vera parola d’ordine che consente di progredire in un livello di percezione di se stessi che ci concili con la parte più vera di noi, al riparo da illusioni o falsi miti; da concezioni, o addirittura potremmo parlare di “forzature” frutto di costrutti che prendiamo per buoni ma che, alle volte, sono solo sovrastrutture, come quelle che riguardano l’amore, la carità, l’egoismo. L’idea di felicità e quella di sofferenza.

Partendo soprattutto dall’assunto che la maggior parte di queste sensazioni ci appartengono come dimensione nella quale gravitiamo momentaneamente e non come parte di noi stessi. Ed ecco che fa la comparsa anche quella specie di leggerezza che consentirebbe di non perdere di vista lo stato transitorio delle situazioni. Leggerezza per usare un termine diverso, in realtà l’orbita è sempre la medesima, quella della consapevolezza.

Una parola chiave, non c’è che dire, che quando fa capolino nelle vite di ognuno, con una serie di pratiche mentali e prospettive di ragionamento, avvia ad una vita progressivamente più felice nel momento in cui – e nel suo essere “sveglia” De Mello lo sottolinea – ci si centra come origine di ciò che ci circonda.

Si dice che le cose non capitino per caso. La consapevolezza di cui parla De Mello è illuminante. Personalmente non mi credo “pollo”, ma non credo di potermi dire un’ “aquila”, così come posso dire che le premesse del discorso dell’autore fossero già parte della mia struttura di pensiero.

E’ diffcile inoltrarsi nel racconto di questo libro che è sì una lettura interessante di un testo, ma ancora prima di se stessi se l’approccio è quello di misurare la propria persona con le parole contenute. Quindi, in conclusione, non resta che evidenziare un aspetto: Messaggio per un’aquila che si crede un pollo è un’esperienza con la quale decidere di confrontarsi, mettendo in conto l’idea di potersi svegliare; l’idea di potersi rendere conto che se si è ruspato in terra e non ci si è librati in aria è solo responsabilità nostra, ma che il potere di spiccare il volo è nelle nostre mani,  dietro l’angolo della consapevolezza.

Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura

Foto dal sito della casa editrice Piemme