Una Lettere d’amore buttate via (deComporre Edizioni, 2023) è il titolo del romanzo d’esordio di Lorenzo Valerio, ma – ancor prima – è uno stato d’animo. Lo si pensa subito. E’ inevitabile. La profondità dell’indagine nell’animo umano, nella precarietà emotiva che vivono i protagonisti sono lì a suggerirti quando in basso, a fondo, si può andare, quanto faticoso possa essere risalire quando si è, o meglio ci si sente, una “lettera d’amore buttava via”, quando cioè si portano con sé pensieri, emozioni e parole che nessuno – o talvolta che sia così è solo una erronea convinzione – è disposto a leggere.

Ci si può sentire come “lettere d’amore buttata via” ogni volta che la persona alla quale destiniamo il più rivoluzionario dei sentimenti umani, l’amore, non ricambia col medesimo ardore o, addirittura per niente; ma anche quando è la vita a deluderci, il futuro ad “ingannarci”.

Nella storia tra Andrea e Giona c’è tanta di questa emozione, ma c’è tutta l’instabilità che funesta l’esistenza dei giovani che, oggi più che mai, si sentono sempre più spesso traditi nelle loro aspettative, da quello che gli insegnano a chiamare “destino” – perché a qualcuno andrà pur data la colpa; traditi da una società che invece di stargli al passo, gli impone un passo. Un ritmo. Assurdo. Frenetico che poco ha a che vedere con la lentezza che richiede il gusto degli attimi e delle emozioni.

Andrea studiosa di arte e cinema sogna di fare la regista; Giona, aspirante scrittore, si dedica all’alcool. Si incontrano, si innamorano, ma la loro relazione è una giostra tra gli alti e bassi delle loro esistenze. A fargli da cornice ci sono gli amici, a riempire il loro “quadro” i rispettivi difetti, gli intensi soliloqui continui. Tutto a rendere l’idea che l’instabilità esistenziale dei giovani finisce col tradursi in pensieri che – come nel caso di Andrea e Giona – danno l’impressione di essere al cospetto di personaggi soli pur proponendo Valerio la loro storia insieme, tenuta in piedi dal loro sentimento reciproco.

Ne scaturisce che la peculiarità di questo romanzo è l’assenza di peculiarità. Valerio ne racconta una per raccontarle tutte…quelle storie di turbamento esistenziale che ti portano lontano e poi ti sbattono all’inferno, si tratti di un uomo, di una donna o di un sogno. E c’è tanta filosofia esistenziale tra i righi della sua storia, quella filosofia a cui si aggrappa per trovare risposte ad una realtà che, purtroppo e con una certa frequenza, non ne fornisce.

E su questo che in effetti Valerio indugia moltissimo, forse a discapito della storia stessa, scende, scende, scende fino in fondo a questo sentire estraniante che ti fa mettere le cuffie e fa partire una colonna sonora che ti rende protagonista di un film tutto tuo. Smanie e vorticosi giri mentali fanno la gran parte della storia d’amore di Andrea E Giona, che non è solo la loro storia insieme – come coppia – ma è soprattutto la loro storia insieme – intesa come condivisione dell’immanenza delle singole crisi esistenziali.

Ma allora perché scrivere una storia d’amore? Inteso come amore di coppia? Semplicemente c’è motivo di credere che Valerio avesse chiaro che l’amore non è solo quello che si nutre per un’altra persona, ma anche verso se stessi e verso la vita. E come lo si può nutrire? Curandosi le ferite, magari proprio attraverso le parole, e regalando un’esperienza al lettore nel quale possa riconoscersi e trovare conforto. Così ho pensato che come Gio Evan nel suo brano dal medesimo titolo parla di “persone medicina” – Nonna le chiamava persone medicina così le parole di Valerio vogliano essere farmaco di speranza. Forse anche auto-medicante. 

“Parole medicina”, quelle di Valerio, per dirsi che in fondo sì le persone deludono, la società delude, noi stessi, alle volte, ci deludiamo, ma per una fine c’è sempre un nuovo inizio…e anche se le crisi esistenziali giovanili ci fanno mandare tutto all’aria, l’amore per la vita ( e tutto ciò che comprende, sogni e persone in primis!) e lì che ci aspetta.

 

 

Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura