Ai confini dell’Apocalisse (YoucanPrint, 2024) è il testo con il quale il suo autore Raffaele Avallone propone un viaggio alla ricerca delle interconnessioni tra la questione ambientale, il capitalismo e il consumismo. Chiaramente l’assunto è di natura antropologica, quindi, nel suo approccio riflessivo, Avallone fotografa innanzitutto l’uomo contemporaneo:

 

 

 

“l’uomo ha dimenticato di essere parte della natura, di essere solo un mammifero. Si crede il padrone del mondo, dimenticando che la sua specie è tra le ultime apparse su questa terra”.

 

Negli ultimi secoli l’uomo descritto dall’autore ha fatto della sua intelligenza un’arma che ha finito con l’usare contro se stesso, al punto da credere che sì “la storia insegna ma non ha scolari”. L‘atto d’accusa di Avallone parte proprio dal comportamento dell’ “uomo capitalista” che vive attraverso il perpetrarsi di un principio di bisogno, ergo di “consumismo”. Un consumo che “per essere completo ed appagante […]ha poi bisogno a sua volta di essere consumato pubblicamente, perchè ciò che non si vede non esiste”.

Dunque l’algoritmo, per così definirlo, prevede a grandi linee una “fabbrica dei desideri” sempre attiva, dunque una produzione intensa che chiaramente si riverbera sull’ambiente circostante, che sia esso quello urbanizzato o naturale, impattando ovviamente sul clima.

Non è una ricostruzione troppo ottimista, ma non è una favoletta quella che Avallone – con una profonda competenza in materia derivante dalla sua attività professionale di dottore commercialista, revisore legale e consulente del lavoro – intende raccontare. Quella che porta avanti è un’analisi dei fatti, dei dati e una ricerca che restituisce un mosaico dai contorni quanto meno drammatici. Ma in fondo la situazione, ed è sotto gli occhi di tutti, è quella che è.

Va da sé che la domanda che sottende tutto il testo è quindi una: come si fa a risolvere la questione ambientale, ecologica, se di base c’è un uomo consumatore famelico che condiziona il suo “habitat” in questo modo globalizzato così profondo e sotto tanti punti di vista da quello tecnologico a quello religioso? Si origina un mondo in cui, di conseguenza al suo provocatorio ragionamento, l’autore finisce col dichiarare il PIL una sorta di “rock star”, ma verrebbe da dire una sorta di “venerabile”.

Nonostante tutto questo un futuro sostenibile è possibile. Certamente la decisione, in tal senso, l’autore la colloca saggiamente nelle mani dell’uomo stesso che deve decidere che mondo intende lasciare ai suoi figli. In questa prospettiva, Avallone ascrive alle donne il peso più grande di questa responsabilità, scegliendole come protagoniste di una rivoluzione dei consumi, ma prima ancora rivoluzione etica, per salvare il pianeta dall’apocalisse, instradandoci verso una “decrescita felice”.

 

 

Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura