Roberto Benigni, nella poesia che ha composto per lui alla sua morte, ricorda come grazie a Massimo Troisi abbia capito tutta la bellezza di Napoli, la gente, il suo destino senza mai cedere ai luoghi comuni legati alla pizza e al mandolino. E la domanda che sorge spontanea è perché? Perché Massimo Troisi rimane, pure a trent’anni dalla sua morte, uno dei più grandi e indiscussi interpreti della napoletanità e dell’orgoglio meridionale? E non parliamo di una mera sfera campanilista, ma della sua capacità di aver raccontato la nobiltà d’animo e l’orgoglio della “miseria” umana, di quella condizione di fragilità a cui ogni essere vivente è “condannato” in quanto tale.

La gente comune l’ha considerato – pur conoscendolo talvolta solo attraverso i suoi film, in particolare l’ultimo capolavoro Il postinouno di famiglia, riconoscendogli tributi d’affetto spesso esternati proprio scrivendo alla sua famiglia. Chi gli ha dedicato poesia, chi lettere, chi ha chiamato il primogenito col suo nome, attestazioni d’incrollabile amore per un uomo che ha segnato il cinema italiano e che tengono legato il suo pubblico di tutte l’età e di tutta Italia – e non solo – ancora al suo repertorio teatrale e cinematografico.

Ricordatevi di me…” e nessuno lo ha dimenticato, grazie al segno culturale che ha impresso nel patrimonio artistico ed anche all’opera di reviviscenza che sua sorella Rosaria Troisi porta avanti con amore ed energia. E’ proprio in questo solco che si colloca anche il testo Caro Massimo, ti scrivo perchè… (Readaction, 2024) di cui è autrice e i cui proventi sono destinati alle associazioni “Medici senza frontiere” e “Donk”.

Roberto Vecchioni, autore della prefazione, ha definito Troisi un Eduardo fuori dai “bassi”, ben oltre le maschere che ha interpretato o che gli hanno attribuito. E il Troisi più autentico lo si ritrova proprio nelle percezioni del suo pubblico che non di rado hanno creato veri e propri fiumi in piena di scritti – lettere, cartoline, poesie – indirizzati alla sua famiglia, in particolare alla sorella Rosaria, per raccontare – nonostante la dipartita – il loro affetto, ma anche il loro dolore e la loro commozione.

Questo testo, dunque, è una raccolta delle parole che gli altri hanno avuto per Massimo Troisi, dopo quelle che – nel corso della sua vita e della sua carriera – aveva donato lui al suo pubblico rendendosi immortale. Ci sono i pensieri e le parole di alunni delle scuole, del nord e del sud Italia; ci sono parole di giovani coppie che hanno dato al loro primogenito il nome Massimo; le parole di amici di infanzia, le poesie di chi non riesce a dimenticarlo e il dolore di chi come Rosaria aveva perso un fratello e le si è sentita vicina più che mai.

C’è San Giorgio a Cremano, nonno Pasquale l’anarchico vero, c’è la piazza e i calci ad un pallone; c’è Massimo, il suo cuore birichino e la gara di solidarietà per sostenere le sue cure; il teatro della parrocchia, l’amore per Pasolini e per il calcio e il Napoli.

C’è un altro pezzettino di Massimo, quello rimasto negli occhi e nel cuore del suo pubblico, che in realtà non è meno coinvolto, in molte sue frange, della sua stessa famiglia nel sentirne una profonda nostalgia e a ripensarlo con un’intensa malinconia.

Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura