Il cielo è la terra, la terra è il cielo, i piedi nella testa, la testa nei piedi….lo stomaco sale e scende, e io volo fendendo le stelle…l’altalena…come sull’altalena…è bellissimo….il cielo è la terra, la terra è il cielo…i piedi nella testa e la testa nei piedi…volo fendendo le stelle.

Sembra l’innocua filastrocca di un bambino che gioca spensierato nel giardino dietro casa e, di fatto, lo è; ma nella penna di Antonio Manzini diventa la cadenza di un thriller avvolgente tenuto da un adulto che “gioca” sì, ma con la vita sua e degli altri, in modo lucido e razionale.

Sangue Marcio (Piemme, 2025), romanzo di esordio dell’autore del celebre personaggio Rocco Schiavone, tornato alle stampe dopo vent’anni, racchiude il suo ritmo proprio nell’avanti e indietro nella storia dei fratelli Sini. Pietro e Massimo sono due bambini la cui esistenza scorre tra la villa di Parma e la casa al mare in Liguria. Sono figli di una famiglia benestante, con le sue abitudini, i suoi vizi e i suoi segreti. All’improvviso, però, qualcosa si spezza: il papà viene arrestato con l’accusa di essere il “Mostro delle Cinque Terre”.

Sconvolti, separati, a causa delle conseguenze di quanto accaduto, i due fratelli crescono distanti: per stile di vita, scelte, e luoghi. Si ritrovano dopo anni in Abruzzo, spalla a spalla ad inseguire un serial killer. Pietro come giornalista di cronaca per un quotidiano locale, Massimo come commissario di polizia.

Le pagine scorrono tra gli efferati omicidi che costellano il loro presente e la voce di Pietro che riavvolge il nastro della sua esistenza da quel giorno dell’arresto del padre in poi. Avanti e indietro. Come un’altalena.

Manzini va avanti e indietro nel tempo, sbircia nelle vite degli altri personaggi, e se pur confeziona un colpo di scena finale, in realtà la capacità di accompagnare il lettore nei personaggi, con attenzione e progressione, già prepara al conto finale. Avanti e indietro come un altalena.

E’ il viaggio nel tempo, sapientemente dosato e condotto; la profondità dei personaggi, anche quelli attraversati più rapidamente ma colti nei loro tratti salienti, a farne un testo affascinante.

Manzini riesce a far coesistere crudeltà e generosità; violenza e perdono; freddezza e calore in profili unici e sensati che danno vita a personaggi che sono come case piene di corridoi, che alla fine vanno in fiamme per mano di un piromane che ad uno ad uno chiude i capitoli di una storia che è meglio dimenticare. Una storia della quale è meglio salvare l’unico capitolo che ha speranza di un futuro migliore.

E’ per questo che in mezzo ad un linguaggio crudo, netto, diretto, che non risparmia scene autenticamente descritte senza alcun filtro, trova spazio anche la venatura di una storia di “amore”. Vi chiederete una storia d’amore in mezzo a sangue, violenza e omicidi? E’ un amore perverso, malato nella sua manifestazione, ma è l’atto d’amore profondo di una mente disturbata per l’unica persona al mondo per la quale avrebbe offerto un desiderio urgente, quello di uccidere, ad una circostanza memorabile e funzionale.

D’altra parte è nel lato oscuro di ogni individuo che si annidano i veri sentimenti e la capacità di Antonio Manzini di lasciarli venire a galla su carta fa del romanzo un testo piuttosto magnetico, anche se i più pignoli potrebbero trovare meno veridicità nelle indagini di polizia depauperate dalle più moderne tecniche, che fanno apparentemente di Massimo un personaggio “monco” nell’azione.

In realtà va solo considerato che la storia è esattamente quella di tanti anni or sono, alla quale non è stata apportata alcuna modifica.

Al netto di questo – come sull’altalena – il ritmo sincopato di un racconto tanto vero e terribile trascina il lettore dal 12 ottobre 1976 alla lettura di un’unica grande tragedia senza fine ( le ultime date non hanno più l’anno, ma solo il giorno e il mese, come a disperdere una reale connessione temporale per agevolare una sorta di aderenza con la realtà di ogni tempo, pensata già vent’anni fa!).

Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura