Nel 1988 il neonato studio Ghibli stava iniziando a farsi conoscere, all’attivo aveva un paio di film di animazione, quando decise di entrare nelle sale cinematografiche “per portare qualcosa di dimenticato”.
Il cartello pubblicitario comprendeva i due film uniti, un escamotage per accontentare la produzione che li finanziava. Proiettati per la prima volta nella stessa sera Il mio vicino Totoro (Tonari no Totoro) “Simili strane creature in Giappone esistono ancora… forse”, scritto e diretto dal maestro Hayao Miyazaki, era seguito (o preceduto a seconda della sala scelta) immediatamente da Una tomba per le lucciole (Hotaru no haka) “A 4 e 14 anni cercavano di sopravvivere”, diretto dell’inseparabile amico nonché socio IsaoTakahata. Gli spettatori potevano vederli entrambi uno dopo l’altro con un unico biglietto.
Due creazioni gemelle, diverse ma unite dall’ambientazione giapponese (cosa all’epoca rara) degli anni ‘50 e dall’animo pacifista. Un’unica riflessione sulla necessità di sopravvivere insieme al dolore. Storie di sofferenza, capolavori della cinematografia nati congiuntamente, affrontando con prospettive differenti il tema della speranza e l’infanzia che deve lottare.
“È un po’ triste, un po’ pauroso, un po’ sorprendente e un po’ informativo, proprio come la vita stessa. Dipende da una situazione invece che da una trama, e suggerisce che la magia della vita e le risorse dell’immaginazione procurano tutte le avventure di cui si ha bisogno” (Roger Ebert, My Neighbor Totoro).
Totoro e Una tomba per le lucciole si completano vicendevolmente, ben sintentizzando le due anime dello Studio Ghibli. Le riflessioni sugli stessi argomenti dimostrano una comunità d’intenti ed una sorta di filo conduttore. Il vuoto e l’angoscia prodotti dall’assenza della figura materna, così come il non allineamento degli adulti con il ruolo che ci si aspetterebbe da loro. La scelta di accostare le due pellicole in un solo spettacolo non era poi così assurda, ma di forte provocazione.
I registi attingono a leggende popolari ed al libro autobiografico di Nosaka, caratterizzando però le storie con le loro esperienze personali. Emozioni e sentimenti palpabili. Nella realtà, Hayao non ha ancora sei anni quando inizia a vedere la madre ripetutamente ricoverata per una forma di tubercolosi spinale (elemento costante nella sua filmografia). Anche Takahata vive in prima persona l’angoscia dell’abbandono genitoriale, unitamente alla tragedia del bombardamento di Okayama. Ferito da una scheggia, deve lottare per sopravvivere assieme alla sorella maggiore. La separazione dalla famiglia durerà solo pochi giorni, ma sarà sufficiente a segnarlo. In entrambi i film si narrano le storie di due coppie di fratelli che cercano di crearsi un mondo “altro”, evadendo la realtà. Miyazaki realizza un’atmosfera fiabesca ricca di colori vivaci, che fa sognare e riflettere anche gli adulti. Takahata, invece, dipinge l’infanzia spezzata come il risultato della guerra e le basi su cui la società moderna si fonda, tratteggiando uno scenario drammatico.
La favola ecologica, piena di stupore e magia, contrasta con lo spietato surealismo di cadaveri straziati dal conflitto armato e la morte per inedia. Il salto da uno all’altro è impattante. Dalla fantasia alla crudeltà del quotidiano, dai folletti e l’orsacchiotto gigante in tinte vivaci, si viene scaraventati nell’inferno della Kobe del 1945, carbonizzata dalle bombe incendiarie lanciate dai 350B-29 americani.

I personaggi miyazakiani volano sopra qualsiasi bruttura, mentre quelli di Takhata precipitano nell’abisso. Antitesi totale, gli inconfondibili fucsia e verde speranza si disintegrano con i marroni e grigi del secondo scenario. La fotografia di Takahata è lugubre e spietata, con un malessere crescente. E’ il contrasto tra i sogni fantasiosi dei piccoli e le distruzioni reali degli adulti.
Le due bambine, Mei e Setsuko, rappresentano l’età dell’infanzia. La prima coglie la gravità della malattia della madre, mentre l’altra rifiuta la situazione. I fratelli maggiori, Satsuki e Seita, hanno un legame affettivo molto forte con le sorelle, ma Takahata lo trasforma in un rapporto padre-figlia. Satsuki non esita a ricorrere a tutte le risorse ed aiuti a sua disposizione. Seita, invece, viene continuamente sconfitto dagli eventi, arrivando ad una tragica conclusione.
Entrambe le coppie di fratelli sono in viaggio, una corsa che porta fuori dalla città e inevitabilmente dentro sé stessi. I protagonisti diventano consapevoli, attenti e rispettosi dell’altro, dove l’altro è chiunque e qualunque cosa e il senso stesso di cosa si scompone e si frantuma, perché tutto ha uno spirito e un’anima, tutto esiste e si trasforma. Così come in entrambi i film la paura e la preoccupazione vengono esorcizzate con l’allegria frizzante dei bambini. Come nel 1865 era stato anticipato da Alice in Wonderland di Lewis Carroll, inseguendo il bianconiglio si cade giù in una tana che è la porta per il paese meraviglioso. Mei, inseguendo alcune tracce di ghiande, una mattina, incontra due spiritelli buffi e dalle lunghe orecchie, uno bianco e uno azzurro. Per correre loro dietro, s’intrufola dentro un enorme albero di canfora e lì incontra Totoro, che scambia per un troll (tororu, in giapponese). La fuga di Setsuko, invece, si tinge di tinte scure e drammatiche. La sua fantasia e giocosità iniziali vengono tramortite da fame e angoscia.

Miyazaki e Takahata trovano rifugio nella natura, secondo la ben notra cifra stilistica dello studio Ghibli. Uno spazio sacro in cui Totoro è uno spirito benevolo che aiuta le bimbe, o una piccola oasi di purezza, attorno alla caverna abbandonata rischiarata dalle lucciole. Totoro sarà l’inizio del successo e delle fortune commerciali dei due maestri nipponici, tanto da diventarne il logo. Una tomba per le lucciole, invece, rimarrà un film controverso, contestato per la crudezza delle sue immagini. Eppure, non avrebbe mai potuto esserci l’uno senza l’altro. Una reazione diffusa nel pubblico, che conferma ed avvalora l’idea dei due maestri dell’animazione: gli orrori dell’uomo sono difficili da digerire. Tuttavia, le due dimensioni sono interconnesse ed imprescindibili tra loro, a volte la realtà è così terribile che l’umanità deve scappare nelle fiabe. Ma è vero anche il contrario, ripudiando qualsiasi conflitto armato e forma di violenza, l’uomo avrebbe la possibilità di trasformare le atrocità del presente in un sogno, se solo lo volesse.
Fuck Pirlott, let’s rock
Lara Farinon per MifacciodiCultura
Lara Farinon
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