Ironica, graffiante, irriverente. A differenza di altre “sorelle” più dolci e aggraziate, la Satira è una musa arguta e sfacciata, a tratti grottesca, abile nell’affascinare attraverso quel sorriso amaro che diverte e, al contempo, fa riflettere. Una dea che, nel corso dei secoli, ha conquistato artisti e letterati, pronti ad ascoltare il suo canto per correggere, a colpi di penna e pennello, i (mal)costumi delle società di ogni epoca.

 

“Letteratura carnevalesca”: è la definizione che il critico russo Michail Bachtin diede a quel tipo di letteratura “anticlassicista” e “irregolare”, sviluppatasi nel Cinquecento in Europa per sperimentare nuove forme narrative e linguistiche al di fuori dei canonici schemi letterari. Bacthin, infatti, riconobbe nella festa del carnevale il desiderio di rinnovamento e di liberazione dai vincoli del potere dominante, ritrovando la medesima spinta trasgressiva e irriverente nei capolavori di alcuni autori del vecchio continente.

Proprio nel XVI secolo, a differenza dei letterati che miravano addirittura a recuperare le regole e i precetti delle opere trecentesche (su tutti, il petrarchista Pietro Bembo), gli anticlassicisti ricercarono la loro fonte d’ispirazione nel mondo folklorico e popolare, ricorrendo a una forma di prosa e di poesia piuttosto bizzarra, alla parodia dell’epica e, ovviamente, alla satira.

Immagini comiche e grottesche, rese attraverso un linguaggio spesso vivace e scurrile, colorano le pagine di autori come l’antipetrarchista Francesco Berni, il “maccheronico” Teofilo Folengo e il plurilinguista François Rabelais.

Quest’ultimo fu un intellettuale particolarmente irrequieto e poliedrico, vissuto nella prima metà del Cinquecento. Fu monaco benedettino, medico e studioso della cultura classica.

Afflitto dalla crisi religiosa che contraddistinse la sua epoca, Rabelais condivise con molti umanisti coevi, come Erasmo da Rotterdam, un’idea più libera della cultura, dell’educazione e della pedagogia.

Nelle leggende popolari e nell’opera del sopraccitato Folengo, l’autore transalpino trovò gli spunti per realizzare il suo capolavoro: il Gargantua et Pantagruel.

L’opera, suddivisa in cinque libri, si caratterizza per il riso come forza liberatrice, per il realismo grottesco, per la comicità polemica e corrosiva.

Mescolando stile comico e sublime e affiancando ai tecnicismi, ai grecismi e ai latinismi termini scurrili, popolari, espressioni dialettali e neologismi, Rabelais narrò le vicende del gigante Gargantua (personaggio della cultura popolare francese) e del figlio Pantagruel.

Originariamente, le disavventure di Pantagruel anticiparono quelle del padre Gargantua, ma nell’opera finale la pubblicazione fu invertita per dare un ordine cronologico alla storia: prima il genitore, poi il figlio. Negli anni seguenti, lo scrittore aggiunse, ai primi due volumi, altri tre libri dedicati ai vagabondaggi di Pantagruel.

Veniamo alla storia: Gargantua era un giovane gigante, nato dall’orecchio sinistro di Gargamella, regina del paese di Utopia. Venne educato secondo i principi dell’erudizione scolastica medievale. Tali principi, considerati poi inutili, portarono il padre di Gargantua ad affidarlo al precettore Ponocrate, che seguiva i criteri della pedagogia umanistica. La vicenda si fa movimentata allo scoppio della guerra tra Utopia e il re Pocrocole. Gargantua e il padre sconfissero il sovrano nemico e, per celebrare la vittoria, Gargantua costruì l’abazia di Thélème: un convento “alla rovescia” dove vigeva la regola del “Fa’ ciò che vuoi”.

Nel secondo libro, compare Pantagruel, figlio di Gargantua, che, come il padre, venne educato alla cultura umanistica. Nel prosieguo della storia, Pantagruel incontrò il chierico vagante Panurge che, nel terzo libro, decise di valutare la possibilità di sposarsi. Questo episodio consentì all’autore di affrontare, con il solito piglio sarcastico e impudente, temi molto discussi come la fedeltà delle donne e la positività del matrimonio.

Dopo aver chiesto consiglio a vari personaggi per capire se convolare a nozze o meno, Panurge decise, insieme all’amico Pantagruel, di intraprendere un lungo viaggio per poter, infine, interpellare l’oracolo della Diva Bottiglia: una lunga peregrinazione che occupa il quarto libro e che permise ai due protagonisti di visitare diverse isole. Ciascuna di queste rappresenta una satira: dei legulei, dei protestanti, dei cattolici e poi, nel quinto e ultimo libro, di Roma, città della Curia.

Giunti al tempio della Diva Bottiglia, l’oracolo diede a Panurge il responso: «Tink!» («Bevi!»). Panurge, per decidere se sposarsi o meno, dovette infatti bere; tale atto è la metafora della conoscenza (dissetarsi alla fonte del sapere), affidandosi completamente ad essa, e non alle superstizioni, per condurre la propria vita saggiamente.

Mediante il marcato plurilinguismo, le descrizioni iperboliche e l’arma incruenta del risoMeglio è di risa che di pianti scrivere, / Ché rider soprattutto è cosa umana», affermò l’autore), l’opera di Rabelais tocca temi molto seri: la necessità di nuovi sistemi educativi che sostituiscano i falsi moralismi, l’esaltazione dell’Umanesimo, l’amore per la natura.

A ciò si aggiunge, secondo la migliore tradizione satirica, una feroce critica contro la società, contro le superstizioni religiose e le tirannie di monarchi, papi e imperatori. L’obiettivo è castigare i costumi, ma anche promuovere la tolleranza e favorire la riflessione, andando oltre il senso letterale: «Non bisogna fermarsi lì – scrisse Rabelais nel prologo –, come al canto delle sirene, ma al contrario in un senso più alto interpretare ciò che per avventura credevate scritto soltanto per gioco».

In quest’opera, aggiunse Rabelais, «(voi lettori) ben altro gusto troverete, e più segreta dottrina: la quale vi rivelerà altissimi sacramenti e orrifici misteri, tanto per quel che concerne la nostra religione, come anche la situazione politica e il momento economico», per una graffiante satira a 360 gradi.

Andrea Romagna per MifacciodiCultura