Claude Monet, ovvero l’immortale pittore dell’attimo
Dalla morte di Claude Monet, avvenuta il 5 dicembre 1926, sono passati più di 90 anni, eppure il suo ricordo è più vivo che mai. Dalla prima mostra al Boulevard des Capucines del 1874 Monet resta uno degli artisti più conosciuti e amati dal grande pubblico. Grazie alla sua prolifica attività durata più di mezzo secolo (Monet nacque a Parigi il 14 novembre 1840), oggi non è difficile trovare suoi dipinti nei musei di tutto il mondo, sono centinaia, inoltre, le mostre che lo hanno visto protagonista e interminabili i fiumi di inchiostro che sono stati versati per lui dai più importanti critici e storici dell’arte. Così scrisse nel 1883 il romanziere e amico del pittore Octave Mirbeau:
Non conosco tra i paesaggisti moderni un pittore più completo, più vibrante, più diverso nelle impressioni di Claude Monet, si direbbe che nessun brivido della natura gli sia sconosciuto, egli ne ha tastato il polso, l’ha auscultata come un medico la sua ammalata.

Per Monet, l’artista deve preoccuparsi non di cosa rappresentare (da qui il disinteresse per le convenzioni d’atelier), ma di come farlo, dedicandosi esclusivamente alla sensazione visiva di un singolo istante, studiando en plein air le ombre e i rapporti tra colori complementari e rifuggendo dalla poeticità del motivo, dall’emozione romantica e dal sentimento della natura ancora presente nella pittura di Corot. Nasce l’Impressionismo, emancipato dalla letteratura e dai soggetti, senza allusioni né simboli, una vera e propria poesia della luce. «Cogliere l’attimo fuggente o almeno la sensazione che lascia» è quanto Claude Monet si propone di fare nel suo celebre ciclo di Ninfee in cui le impressioni luminose create dall’acqua e dai brandelli di cielo che vi si riflettono inducono l’osservatore a ripercorrere globalmente l’esperienza che il pittore ha avuto dello stagno di casa sua a Giverny.
«Io dipingo come un uccello canta» amava dire di sé il vecchio maestro sottolineando con ciò come per lui la pittura non fosse una semplice attività artistica, ma una vera e propria esigenza interiore, quasi fisiologica.

Perfino quando la moglie Camille si trovò sul letto di morte, il pittore non poté fare a meno di cogliere la morte nelle ombre del colorito sul volto della donna attraverso sfumature graduali, così scrisse nel 1879:
Toni blu, gialli, grigi, che so. A tal punto ero arrivato. Naturalmente si era fatta strada in me il desiderio di fissare l’immagine di colei che ci ha lasciati per sempre. Tuttavia prima che mi balenasse il pensiero di dipingere i lineamenti a me così cari e familiari, il corpo reagì automaticamente allo choc dei colori.
Come un cacciatore di colori e luci Monet riusciva a cogliere, servendosi di pennellate brevi e veloci, il raggio che cade o la nuvola che passa, lo scintillio della luce mattutina tra i pinnacoli, le lievi increspature dell’acqua, alla continua ricerca dell’evanescente mutabilità dell’impressione.
Sono costretto a continue trasformazioni perché tutto cresce e rinverdisce, insomma a forza di trasformazioni io seguo la natura senza poterla afferrare e poi questo fiume che scende, risale, un giorno verde, poi giallo, oggi pomeriggio asciutto e domani sarà un torrente.
Elena Li Causi
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