Quando scoprirai la verità, sarà troppo tardi per fuggire da questa storia. (Della serie “non dire che non te l’avevo detto!”). Questa frase campeggia nella quarta di copertina dell’ultimo romanzo di Donato Carrisi L’educazione delle farfalle (Longanesi, 2023) che centra un nuovo successo: sì perchè la particolarità di questa nuova storia, ma se vogliamo una riconferma pensando al suo stile, è che dalle pagine non ci si riesca a “liberare” a cuor leggero. Ma c’è un ma.
Diversamente dagli altri testi di successo, in questa trama la “verità” la si può scoprire decisamente presto. O almeno così è capitato a me. Nonostante ciò mi abbia spiazzato, devo ammettere anche che la disvelazione della “verità” – che non è proprio uno dei colpi di scena ai quali ci aveva abituato, decisamente più netti e inaspettati – non ha inficiato sull’appassionarmi comunque alla lettura. E non solo per avere conferma dell’intuizione emersa ben prima del finale.
Questa sincera considerazione potrebbe sembrare una nota “negativa” e invece dirò che non lo è. Non siamo nelle suspence delle trilogie del passato narrativo di Carrisi, dove, ad esempio, la componente “ipnotica” incastrava in qualche misura anche il lettore di Pietro Gerber; non siamo neanche nell’intreccio eccezionale e – al momento imbattutto – de La ragazza della nebbia – ma la “fortuna” di questo testo secondo me è proprio nella sincera ammissione della quarta di copertina: lo immaginerai, penserai di saperlo – il finale! – ma comunque “dovrai” andare fino in fondo per capire o quanto meno sapere se ci hai visto giusto, ma – soprattutto – per rispondere alle domande: e lei? e lui? e loro?.
Il destino della piccola Aurora non è che uno che degli accadimenti; la reazione di Serena, la mamma poco materna che si scopre intrappolata in un istinto animale alla ricerca di sua figlia, non è che uno dei “fatti”, la personalità di Adone, idem; ma questo non è un romanzo di “fatti” avvincenti, quanto di persone, o meglio personalità, avvincenti ed è questo che non ti consente di liberarti di loro.
Per dirla meglio: in questo romanzo Carrisi non mi ha fatto chiedere, principalmente, che cosa stesse per accadere, quanto cosa sarebbe accaduto a loro: Serena, Aurora, professore Lamberti e così via per tutti i personaggi, che sono i primi alla fine delle pagine a non essere più gli stessi.
L’incendio, le leggende, le montagne e una Milano “da bere” sono il contrappasso dei luoghi, nell’avvicinamento degli “opposti”, a cui Carrisi sottopone anche i suoi personaggi, che diventano la sintesi dell’ordinario e straordinario che è quello che, in effetti, la vita chiede a chiunque quotidianamente.
La straordinarietà di una storia e l’ordinarietà imprevedibile delle reazioni fanno di questo libro un’altra avvincente lettura, e non propriamente il “mistero”. D’altra parte è il “battito di ali di una farfalla” – o la sua “educazione” – a condizionare, senza neanche saperlo, con piccolissimi gesti la vita di qualcuno.
Carrisi non ha proposto, dunque, un “mistero”, ma “il mistero” quello contenuto nelle nostre capacità di stare al mondo, quello che si disvela giorno dopo giorno, quello della consapevolezza che se morire fa paura e perchè si perde di vista – per ovvie ragioni – quanto possa essere pericoloso vivere, con tutto quello che andrebbe messo in conto.
Esattamente come quando – rispondendo a qualcuno che mi chiede di cosa ho paura – dico che si potrebbe aver paura di tutto che alla fine non vale la pena aver paura di niente.
Carrisi firma un altro successo non perchè il suo sia un nuovo mistero assurdo, ma perchè presenta il mistero più grande: la vita. Ed ecco perchè ci si può concedere il lusso di credere alla frase di presentazione per cui il modo di vedere il mondo, alla fine delle centinaia di pagine, non sarà più lo stesso.
Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura
Antonia De Francesco
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