L’avant-garde di Hayao Miyazaki: “Il mio vicino Totoro”
Il mio vicino Totoro (Tonari no Totoro) è tra i primi film di animazione dello Studio Ghibli, firmato da un giovane e già promettente Hayao Miyazaki. Nel 1988 i due amici e cofondatori della casa di animazione raccontavano la forza della fantasia e la necessità di lottare con i dispiaceri della realtà. In quell’occasione nascevano e venivano proiettati assieme due film: i colori acquerellati e vivaci di Totoro uniti agli scenari post atomici marcati in Una tomba per le lucciole di Isao Takahata.
«Totoro è amato più genuinamente di quanto Mickey Mouse possa sperare di esserlo» si legge sul Financial Times a settembre 2007, anche se in realtà il film venne realmente apprezzato solo negli anni successivi. La colonna sonora composta da Joe Hisaishi, uno dei musicisti più amati in Giappone, è stata uno dei suoi maggiori successi.
La canzone, Tonari no Totoro, scritta dallo stesso Miyazaki è diventata così famosa che viene perfino insegnata nelle scuole. Inserito tra i 500 migliori film nella storia (Empire), è una fiaba contro l’urbanizzazione imperante e la crisi dei valori del Giappone moderno. Un’avant-garde che non conosce tempo: per questo è divenuto il manifesto del cinema Ghibli, coincidendo con il logo stesso dello studio.
La storia volutamente declinata in un registro adatto anche ai più piccoli, contiene già tutte le tematiche forti del maestro.
Grande omaggio alla natura, che è venerata e rispettata. Le vicende si snodano nell’hinterland di Tokyo, nel piccolo villaggio di campagna di Tokorozawa, con un trasloco verso le zone rurali, una fuga dal cemento alla foresta di Sayama.
Satsuki e Mei sono due sorelline di 11 e 4 anni, che assieme al papà si spostano per rimanere più vicini alla mamma ricoverata all’Ospedale Shikokuyama, elemento autobiografico legato alla tubercolosi spinale della madre del regista. Con l’arrivo nella nuova casa inizia il loro viaggio di scoperta e avventure fantastiche.
Il grande albero di Laputa Castello nel Cielo (1986) viene ripreso e trasformato in una Canfora gigante dai poteri magici, dimora di spiritelli e divinità sacre. «Una volta gli uomini andavano d’accordo con gli alberi, […] mi sono convinto della casa per questo grande albero». Anche in La città incantata (2001), compare un albero di canfora molto simile a quello di Totoro, ma non è più rigoglioso come cinquant’anni prima, circondato solo da alti edifici in muratura.
Bellissima la danza delle piante, un’evocazione alle tribù quando erano ancora in diretto contatto con le forze generatrici.
I colori sono vivaci, le campagne rigogliose, con le tinte dei gialli del grano e dei verdi rigogliosi stemperati da fiumi e torrenti.
Il film racconta la gioia e la passione del vivere sano all’aria aperta, giocando in semplicità e assaporando frutta e verdura raccolti direttamente dall’orto. È un ritorno al passato contadino e alle divinità shintoiste protettrici della Natura. La casa delle bambine e l’albero di canfora dove dimora Totoro, infatti, rappresentano un jinja, un santuario scintoista per venerare i Kami.
I simpatici nerini del buio o corrifuliggine sono gli spiritelli della tradizione nipponica, (presenti anche in La città incantata). La realtà si intreccia con il fantastico, accettando che esistano esseri speciali.
La piccola Mei aveva già visto qualcosa di simile a Totoro in un libro di fiabe, un troll che in giapponese si dice tororu, ma ne storpia il nome. L’animale è un simpatico incrocio tra una talpa, un orso e un procione con lunghi ed espressivi baffi. Ritratto già abbozzato in Panda ko Panda, serie anime degli anni ottanta, il primo che Miyazaki divenuto padre aveva creato per i bambini.
Totoro è un essere calmo e bonario, ama dormire e può rendersi invisibile, custode e protettore della foresta. Viene percepito come un amico, giocherellone e burlone, sempre disposto ad aiutare chi ne invoca la protezione. Lo spettatore vi si avvicina con la dolcezza delle bambine che si addormentano sopra la sua grossa pancia morbida e gli prestano ‘’ombrello con cui lui gioca.
Massicciamente presenti anche le altre tematiche più care a Miyazaki, tra cui il volo, visto come espressione di libertà. Totoro trasporta Satsuke e Mei librandosi nell’aria, come un Peter Pan che volteggia nel cielo tra alberi e luna piena. Anche il gattobus sorvola campagna e foresta, finendo poi appollaiato su un ramo come l’altro famoso gatto delle meraviglie.
Per la prima volta all’interno delle opere di Miyazaki, si attua uno sdoppiamento del protagonista. In alcuni bozzetti preparatori e sui cartonati di promozione del film c’era una sola bambina di 6 anni. Prima di avviare la produzione, però, optò per due protagoniste, forse anche per bilanciare la struttura narrativa del racconto speculare a quello di Takahata. Satsuki è il serio, la responsabilità; Mei il comico e l’incoscienza. Ma la dualità è per natura presente in qualsiasi essere. Le sorelle, di fatto, sono coincidenti: la parola Satsuki in giapponese arcaico indica il quinto mese dell’anno, così come Mei è la versione giapponese dell’inglese maggio (May).
Satsuki richiama la Lana di Conan o la Sheeta di Laputa, ma sono maggiori i punti di contatto con la futura Chihiro de La Città Incantata, con cui condivide molto del proprio carattere.
Mei, invece, rappresenta un personaggio femminile atipico per il regista. Si immerge totalmente nel mondo che la circonda, mostrando curiosità e spirito di iniziativa. Non teme i nerini del buio, anzi ne acchiappa uno con energia, interviene nell’ecosistema dei girini ed insegue Chibi-Totoro nel proprio giardino, fino a cadere nella tana di Totoro.
Una figura del suo carisma non comparirà più nelle altre produzioni di Miyazaki (eccetto qualche citazione in Porco Rosso e Ponyo, che viene visto come il naturale proseguimento di Totoro). La bimba è citazione rinnovata dell’Alice di Carroll: entrambe catapultate in un mondo di fantasia e colori. La tana dello “spirito della foresta” ed il “Paese delle Meraviglie”, vengono raggiunti attraverso un profondo buco nel terreno, dopo l’inseguimento di chibi-totoro e del bianconiglio. Mei viene ritrovata addormentata ai piedi dell’albero, come Alice si risveglia dopo il suo viaggio. Anche il Gattobus ricorda lo Stregatto della versione Disney.
L’infanzia rimane focus privilegiato per il maestro nipponico. Il ruolo centrale è affidato alle bambine. Gli adulti non entrano nelle loro avventure, anche se la saggezza della nonna rimane una costante ed il padre si rivela amorevole ed attento. Insegna loro il rispetto per il dio della foresta, portandole a salutarlo e ringraziarlo. La madre, pur essendo in secondo piano, condiziona l’andamento della trama.
Non mancano momenti di grande tenerezza, come la famosa scena delle bambine che vanno incontro al babbo di ritorno dal lavoro per portargli l’ombrello alla fermata del bus, o Mei che si incammina per regalare una pannocchia alla mamma.
La scomparsa della bambina, la malattia della madre sono eventi tragici che però vengono affrontati con molta determinazione e grinta. Proprio in questo contesto assume una rilevanza fondamentale il saper attingere dalla fantasia. L’immaginazione è sia meraviglia che concreto aiuto per superare le difficoltà: saranno infatti Totoro e il Nekobus a permettere il ritrovamento di Mei e di arrivare rapidamente all’ospedale.
Totoro è una fiaba senza tempo, una grande lezione sul piacere di meravigliarsi. Non è un caso che il papà mentre fa il bagno assieme alle figlie, insegni loro a ridere invece di spaventarsi per gli strani rumori.
Per Miyazaki anche la quotidianità è fantasiosa e poetica.
Totoro totoro nel bosco abita, ci vive fin dall’antichità
nei pleniluni, lui l‘ocarina suona lassù
Se mai tu lo incontrassi che splendida gioia ti verrà!
Lui a te la porterà
Che fantastica avventura comincerà!
Fuck Pirlott, let’s rock
Lara Farinon per MifacciodiCultura
Lara Farinon
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