United Colours of Art – Il Violetto della Regina Vittoria e delle Suffragette

Giotto, Madonna col bambino, 1325 ca, National Gallery of Washington

Con il suo settimo articolo sul VIOLETTO la rubrica United Colours of Art conclude il suo excursus sull’utilizzo dei sette colori dell’arcobaleno nell’arte. L’ultimo colore dell’irida è la seconda mezza tinta presente nell’arcobaleno (la prima è l’arancione) e spesso viene confuso con l’indaco, a volte definito come blu violetto.

In natura esistono molteplici gamme di viola (l’ametista o la lavanda ad esempio), lo stesso nome del colore deriva dal simpatico fiore omonimo, la viola. Tuttavia, queste tonalità non possono fregiarsi del titolo di “vero viola” che spetta invece alla tonalità presente nello spettro luminoso e non a qualsivoglia mescolanza di rosso e di blu.

È documentato, grazie alle indagini chimiche, che il viola derivante dal manganese fosse una nuance utilizzata già nei tempi antichi, come ad esempio nelle grotte di Altamira, discusse precedentemente per il colore rosso. Parlando infatti dell’uso di questo colore nell’Antichità bisogna spesso parlare del rosso porpora, in quanto colore associato al colore del comando (gli imperatori bizantini vestivano in viola e in porpora).

F. Rokotov, Caterina la Grande, 1780 ca, State Hermitage Museum

Un caso particolare è la Roma di Plinio il Vecchio nella quale quest’ultimo racconta che una particolare tintura a base di mirtillo era utilizzata per gli abiti degli schiavi, mentre del porpora, che per lui richiamava il colore del sangue, dice che illumina qualsiasi ornamento al pari dell’oro del trionfo. Dal fatto quindi che nella Roma del tempo il colore rosso/viola scuro del sangue alludesse tanto alla vittoria militare, quindi politica e quindi di governo, e conseguentemente al comando divino, è possibile derivi l’associazione oggi molto comune del sangue blu con la nobiltà

Nel Medioevo si mantenne quest’uso del viola e del porpora come colore rappresentativo della monarchia, ma anche del potere religioso (i vescovi cominciarono a vestirsi con questa tinta) e del potere universitario, divenendo il colore degli abiti dei professori e dei rettori dell’Università. D’altra parte, l’origine naturale del colore lo rendeva particolarmente caro e costoso, di conseguenza fino alle tinture sintetiche dell’Ottocento era impossibile per un persona comune poter acquistare un abito viola. Tornando nuovamente all’utilizzo di tale colore nel Medioevo, giacché rimandava anche al concetto di allontanamento, per il fatto di essere considerata una gradazione del nero (il suo nome era subniger, seminero), esso si associò alla penitenza, all’Avvento e alla Quaresima (lo è ancora!).

P. A. Renoir, Caroline Rémy de Guebhard, 1885, National Gallery of Washington

Nel Trecento, gli abiti della Vergine, prima di essere meglio codificati dal blu, potevano essere viola, ma anche quelli degli angeli stessi assunsero una tonalità violacea. Nel Quattrocento, Cennino Cennini descrisse il modo migliore per ricavarlo dal blu ultramarino per i dipinti e dall’indaco e dal rosso ematite per gli affreschi.

Nel Settecento persistette l’utilizzo del viola per il confezionamento degli abiti della nobiltà e dei monarchi: re Carlo III di Spagna e la zarina Caterina la Grande di Russia vengono raffigurati mentre vestono abiti di un delicato viola chiaro. Nell’Ottocento la promiscuità  nella realizzazione del viola si mantenne. Era utilizzato soprattutto per creare gli effetti di luce e di ombra della luce del cielo. I pittori impressionisti non paiono essere molto persuasi dall’utilizzare i pigmenti violacei ricavati dal cobalto (il primo viola cobalto era altamente tossico!) e dal manganese pronti per l’acquisto, benché Monet, van Gogh, Signac e Seurat facessero largo uso del blu cobalto.

A. Hughes, April love, 1856, Tate Britain

Curiosamente, il violetto perdette il suo status di “colore della nobiltà” proprio a causa della Regina Vittoria d’Inghilterra. Nel 1862, anno della Royal Exhibition, questa si presentò con un delicato abito di seta color malva, sintetizzato quasi per caso qualche anno prima dal chimico britannico Perkin. L’economicità della tintura e il fatto che l’avesse portato la sovrana fece cominciare una vera e propria moda del viola, ma per contro anche una maggiore commercializzazione di abiti di tale colore.

Sebbene con i pre-Raffaeilliti, soprattutto Hughes, il viola fosse divenuto simbolo della femminilità e della sensualità, le suffragette lo utilizzarono come colore delle loro fusciacche. Fu così che il colore entrò nelle lotte sociali fino a diventare nel Novecento il simbolo della stravaganza e dell’indipendenza, come la stessa poesia Warning di Jenny Joseph testimonia già  dal primo verso:

When I am an old woman I shall wear purple
With a red hat which doesn’t go, and doesn’t suit me.

Eulalia Testri per MIfacciodiCultura