Ironica, graffiante, irriverente. A differenza di altre “sorelle” più dolci e aggraziate, la Satira è una musa arguta e sfacciata, a tratti grottesca, abile nell’affascinare attraverso quel sorriso amaro che diverte e, al contempo, fa riflettere. Una dea che, nel corso dei secoli, ha conquistato artisti e letterati, pronti ad ascoltare il suo canto per correggere, a colpi di penna e pennello, i (mal)costumi delle società di ogni epoca.

 

 

Quando si parla di satira si pensa immediatamente a due cose: la presa in giro del potente di turno e la risata. Due elementi che indubbiamente contraddistinguono questo millenario genere letterario, ma che ovviamente non lo esauriscono.

satira La satira è anche riflessione, spesso amara, per la condizione vissuta. Lo spettatore ride della messa in ridicolo dell’autorità o dei vizi della società; ma l’osservatore più attento sa anche comprendere, contemporaneamente, il suo ruolo da sottomesso e, nella satira sociale, sa riconoscere in se stesso quei medesimi vizi biasimati dall’opera satirica: una critica che dunque può diventare autocritica, per correggere i costumi.

La peculiarità della satira sta quindi nel saper evidenziare le corruzioni annidate nei centri di potere e le incoerenze insite nella collettività attraverso la stoccata arguta dell’irrisione, ragionando in modo sarcastico e deformante, ma spietatamente reale ed efficace, sulle contraddizioni che caratterizzano l’uomo.

Jonathan Swift, nella sua opera La battaglia dei libri, scrisse che la satira «è uno specchio un po’ speciale: colui che vi si guarda riconosce le fattezze di tutti, tranne che le proprie».

Concordo con questa definizione data dal “padre” di Gulliver e percepisco il disincanto con cui l’autore irlandese la concepì. Tuttavia, penso che l’obiettivo della satira sia in primo luogo quello di denunciare i soprusi mediante l’arma incruenta dell’ironia moraleggiante; ma in secondo luogo anche quello di far meditare lo spettatore o il lettore, muovendone il riso e scuotendone la mente, per spingerlo (in entrambi i casi) al miglioramento.

La satira, quindi, è divertimento e serietà, goliardia e introspezione, piacere e denuncia, impudicizia e moralità. A questo gioco dei contrari partecipa anche il linguaggio: nelle opere satiriche, infatti, all’espressione aulica e ricercata possono far seguito il turpiloquio e l’oscenità. La carezza si alterna allo schiaffo dialettico in una vera e propria mescolanza di temi e registri che, secondo gli storici, avrebbe dato il nome al genere stesso.

Sull’etimologia del termine “satira”, infatti, ci sono ben tre linee di pensiero!

La prima ricondurrebbe al greco σάτυρος (“sàtyros”), richiamando la figura mitologica del satiro, una creatura umana e caprina celebre per i tratti buffi e farseschi. Le particolarità del satiro, partendo dalle sembianze bestiali e carnevalesche per giungere al carattere tipicamente lascivo, ci riconsegnano un’immagine bizzarra e dissacrante che ben si sposa con lo spirito del genere satirico.

La seconda farebbe derivare il termine da Saturno, il dio romano della semina, caratterizzato da una personalità antitetica: indulgente e funesta, benevola e misantropica, gaia e crudelmente amara, com’è la satira.

Infine, la terza etimologia, maggiormente accreditata tra gli studiosi, sfocerebbe nella locuzione latina lanx satura (letteralmente “piatto pieno di macedonia di frutta”) che individua una pietanza formata da ingredienti vari e copiosi; o anche, spostandoci dalla cucina al senato romano, nella lex satura o lex per saturam: espressioni giuridiche indicanti un provvedimento legislativo che raggruppava disposizioni su argomenti eterogenei. Insomma, un miscuglio composito e differente di elementi che, nella diversità, riescono a trovare un loro ordine e un loro scopo comune.
Così come fa la satira la quale, fungendo da mezzo che dà libero sfogo all’estro di artisti e letterati, mira all’obiettivo di divertire e denunciare affinché lo “specchio un po’ speciale” evocato da Swift possa riflettere e (soprattutto) far riflettere chi lo osserva.

Andrea Romagna per MifacciodiCultura