Ironica, graffiante, irriverente. A differenza di altre “sorelle” più dolci e aggraziate, la Satira è una musa arguta e sfacciata, a tratti grottesca, abile nell’affascinare attraverso quel sorriso amaro che diverte e, al contempo, fa riflettere. Una dea che, nel corso dei secoli, ha conquistato artisti e letterati, pronti ad ascoltare il suo canto per correggere, a colpi di penna e pennello, i (mal)costumi delle società di ogni epoca.

Sarà che spesso lo ripropongono in questa stagione, sarà cha alcuni episodi sono ambientati nei campeggi o nelle spiagge, sarà che il suo creatore e interprete, il genovese Paolo Villaggio, ci ha lasciati proprio in una calda giornata di luglio di cinque anni fa, ma personalmente vivo le disavventure di Fantozzi come un appuntamento tipicamente estivo.

Ciononostante, Fantozzi ragionier Ugo, matricola 7829/BIS dell’ufficio sinistri, è adatto a qualsiasi periodo dell’anno, rappresentando una parte (peraltro più nutrita di quanto si possa immaginare) della nostra società. Fantozzi è goffo, ridicolo, servile, patetico, e quei rarissimi guizzi d’orgoglio, che tentano di risollevare le sorti di questo eterno sconfitto, sono destinanti a naufragare tra le onde increspate di un perenne fallimento o sotto la pioggia battente della sua inseparabile nuvoletta grigia.

Gli incidenti di Fantozzi sono vissuti, dai lettori e dagli spettatori (non scordiamoci, infatti, che il personaggio raggiunse il successo prima tramite il romanzo nel 1971 e poi sul grande schermo nel 1975) con solidale distacco: Fantozzi fa ridere, ma fa anche tanta tenerezza e, riflettendoci, tanta tristezza. È il bistrattato che il pubblico è pronto a compatire, ma al quale difficilmente tenderebbe la mano; perché, in fondo, le sfighe del ragionier Ugo alimentano la nostra autostima e la confortante convinzione che qualcuno stia messo peggio di noi sotto vari aspetti: sociale, intellettuale, finanziario, sentimentale.

La maschera di Fantozzi (perlomeno nei primi due libri e nei primi due film diretti da Luciano Salce) è una formidabile satira sociale, con tutti gli elementi che caratterizzano il genere: ci sono la caricatura, l’ironia, il grottesco, l’esagerazione, il cinismo, la critica non solo dei malcostumi delle classi subalterne ma anche delle arroganze e dei dispotismi di quelle più abbienti.

Dall’ambiziosa signorina Silvani all’impacciato ragionier Filini, passando per la devota moglie Pina, per l’arrivista geometra Calboni e per il crudele Megadirettore Galattico (alias Duca Conte Maria Rita Vittorio Balabam), l’universo fantozziano è un grande ed eccentrico affresco tanto dell’ambiente aziendale (Fantozzi è impiegato nella “Megaditta”, detta anche “ItalPetrolCemeTermoTessilFarmaMetalChimica”) quanto della vita extralavorativa. Non mancano, infatti, le vicissitudini familiari, gli imprevisti come i lacci della scarpa che si rompono dopo la colazione compromettendo la puntualità del ragionier Ugo, ma anche le passioni e gli svaghi come il calcio, il tennis e la caccia, sempre con risultati “discutibili”.

Dal punto di vista letterario, il personaggio di Fantozzi è talmente ben strutturato che gli si potrebbero perfettamente applicare i concetti di comico e di umorismo sviluppati da Luigi Pirandello a inizio Novecento. Nel suo saggio L’Umorismo, infatti, il premio Nobel esemplificò la differenza tra i due termini prendendo come esempio «una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di quale orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili».

Analizzando l’abbigliamento e l’atteggiamento della vecchia signora, Pirandello descrisse il comico come “l’avvertimento del contrario”: tale figura fa ridere perché viene avvertita come ridicola, in quanto una donna di quell’età non dovrebbe vestirsi e comportarsi come una ragazzina. Ma dopo l’avvertimento del contrario, la riflessione sulla condizione di quella donna porta al sentimento del contrario e, quindi, all’umorismo: l’empatia dello spettatore gli suggerisce «che quella vecchia signora non prova forse nessun piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente s’inganna che, parata così, nascondendo così le rughe e la canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei». La risata del comico si trasforma, dunque, nel sorriso amaro dell’umorismo.

Allo stesso modo della vecchia signora imbellettata, gli atteggiamenti di Fantozzi e i continui maltrattamenti subiti sono comici e fanno ridere; ma se il pubblico si fermasse a riflettere sui motivi per cui Fantozzi viene vessato e su quanto le umiliazioni subite possano turbare il povero ragionier Ugo, subentrerebbe l’umorismo, accompagnato magari dall’immedesimazione nello sventurato personaggio.

Tuttavia, come scrisse il già citato Jonathan Swift, la satira «è uno specchio un po’ speciale: colui che vi si guarda riconosce le fattezze di tutti, tranne che le proprie»; e anche in questo caso la propensione dello spettatore è orientata più verso la risata e la commiserazione distaccata che verso l’empatia e l’immedesimazione.

Questa propensione del pubblico venne sottolineata dallo stesso Paolo Villaggio in un’intervista del 1975, in cui fu anche affrontato il tema della satira. Secondo l’autore/attore, la satira consisteva nel raccontare, usando un linguaggio iperbolico (celebri i “92 minuti di applausi” e i “16 chili e 700 di cambiali” a carico di Fantozzi) e uno stile caricaturale, la quotidianità senza che, tuttavia, il cittadino vi si riconoscesse. Villagio, infatti, evidenziò come ciascun estimatore di Fantozzi lo fermasse per strada per dirgli quanto il ragionier Ugo e gli altri personaggi della serie lo facessero ridere, ricordandogli il vicino di casa, la collega, il cognato… Un distacco che, però, impediva all’ammiratore di confessare sinceramente all’interprete la verità: «Caro Villaggio, Fantozzi sono io».

Andrea Romagna per MifacciodiCultura