E’ solito sentir dire, in particolare a chi della musica ha fatto ragione di vita, che la stessa lo ha tratto in salvo. Vivo per lei, addirittura canta un’artista come Bocelli. Quante celebrazione della musica, però, ricordano a chiunque, anche chi della musica non ne ha fatto arte prediletto o mestiere, che ognuno di noi abbia una colonna sonora in sottofondo ad alcuni periodi della propria vita?
Il primo amore, il primo dolore, un grande traguardo. Spesso ci sono le parole di alcuni e i suoni di altri a rievocare, a volte anche di punto in bianco, una sensazione, un emozione, un’immagine. Una stretta al cuore, un brivido che attraversa la pelle.
Tutta la nostra vita è musica. Lo è dal ventre materno dal quale si irradia quel battito del cuore che annuncia la vita. Lo è quella voce di mamma e papà che ci accoglie nel mondo nuovo in cui veniamo alla luce.
Le stesse parole, che nel tempo impariamo ad usare, sono musica, suoni che impariamo a riprodurre e prima ancora ci sono quelle manine che scontrandosi ci lasciano produrre il nostro primo suono.
A volte ad innescare queste reazioni sono anche suoni che è la Natura a donarci. Quell’ assiolo che d’estate accompagna il volgere del giorno; quelle foglie che vibrano al passaggio del vento che annuncia un temporale sotto il quale decideremo se fermarci a danzare o correre a ripararci. E poi c’è quello sciabordio dell’acqua che rimanda al sollievo della calura estiva, in riva al mare. Quell’estate della nostra vita che ci ha regalato momenti magici.
E se fosse la musica a salvarci? (Mimesis, Eterotopie, 2025) diventa così la domanda che si pone lo studioso Dario Giardi, facendone il titolo di un appassionato e curato saggio sull’argomento, alla riscoperta proprio di questo legame con la natura veicolato proprio dal suono. Tant’è che sottotitola la memoria dei suoni e la sfida climatica.
L’accento posto in premessa rispetto all’importanza della musica e, prima ancora, del suono, nasce dallo sviluppo di queste pagine con le quali Giardi non dà vita ad un libro sull’ambientalismo, magari quello raccontato attraverso le canzoni, ma il punto di partenza è la riscoperta del rapporto dell’uomo con la musica, ma innanzitutto col suono e, in particolare, con i primi suoni che abitano le nostre esistenze: quelli della natura.
Riuscire a riscoprire questa essenzialità, che potremmo dire quasi “primordiale”, riporterebbe in auge il rapporto imprescindibile tra l’uomo e la natura (ed i suoi suoni!) fino a condurci a salvaguardare questo rapporto, il che si tradurrebbe nella cura dell’ambiente stesso.
Insomma, è chiaro che stiamo parlando di una “rivoluzione culturale” in premessa ad un cambio di passo, di atteggiamento, dell’uomo nei confronti della natura, per cui se la ritenessimo lo scrigno dei suoni più profondi che costellano le nostre esistenze, allora non potremmo fare a meno di prendercene cura.
A questa “rivoluzione” destinata a divenire di percezione sottende il ritorno all’ascolto attivo – visto che l’ascolto consapevole si è notevolmente perso – dell’ambiente circostante, in grado di far rivivere i stuoini in questione.
Dunque, la teoria di Giardi è chiara, nonché logica e allo stesso tempo fortemente permeata di sostegno all’empatia, per cui le sole norme, la sola tecnologia e le sole politiche di sostenibilità, seppur importanti, non possono produrre un cambiamento duraturo se non supportato da una relazione emotiva con l’ambiente attraverso il gioco dell’ascolto.
Alla luce di tale spessore riflessivo non poteva mancare il carattere di interdisciplinarità di questo testo: la riflessione di Giardi, infatti, trova sponde nella filosofia, come nella musica, ed ancora nell’ecologia e nella tecnologia, ma anche nella neuroscienza, costruendo collegamenti, ma soprattutto permettendo al lettore di associarsi a punti di vita differenti rivolti tutti all’anima del concetto.
Giardi, quindi, indaga il rapporto tra musica e natura non solo in “linguaggi” diversi, ma anche in epoche differenti, non dimenticando di sottolineare l’origine di questa relazione che dura fin dall’antichità – con materiali, ritmi e sonorità provenienti dall’ambiente – fino ad esperienze più contemporanee del field recording, per cui i suoni naturali diventano materiale compositivo.
Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura
Antonia De Francesco
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