René Magritte ‘Golconda (Golconde)’ 1953, oil on canvas, 80 x 100.3 cm, The Menil Collection, Houston, V 414 © Copyright Agency, Sydney 2024, photo: Paul Hester
***This image may only be used in conjunction with editorial coverage of the ‘Magritte’ exhibition on display 26 October 2024 – 9 February 2025, at the Art Gallery of New South Wales and strictly in accordance with the terms of access to these images – see artgallery.nsw.gov.au/info/access-to-agnsw-media-room-tcs. Without limiting tho
Viviamo in un’epoca in cui la leggerezza è diventata una religione. Non quella leggerezza calviniana, che sfiora le cose dall’alto senza superficialità, ma una leggerezza che svuota, che semplifica fino a rendere tutto indistinto. Il pensiero critico è percepito come un peso, la complessità come un fastidio. In Italia, questa tendenza si manifesta con una chiarezza inquietante: i luoghi della cultura profonda quali i teatri di prosa, le librerie private per esempio, sono in affanno, mentre trionfano le esperienze immersive, i selfie davanti alle opere d’arte, i concerti-spettacolo promossi dalle major. E nel caso dei teatri, spesso vedo che per risalire la china e avere anche un pubblico sotto i 60/70 anni, ricorrono a spettacoli personaggio/attore famoso. Il teatro di prosa, che dovrebbe essere il luogo della parola incarnata, della riflessione viva, è costretto a piegarsi alle logiche del mercato: giornalisti, cantanti o volti televisivi o del varietà. Non perché manchino gli attori professionisti, spesso ignoti al grande pubblico, ma perché mancano coloro disposti a lasciarsi interrogare e incuriosire dallo spettacolo e non da chi c’è sul palco. Naturalmente non mancano le eccezioni ma rimangono poche rispetto al numero degli spettacoli totali.
Il cinema italiano, un tempo laboratorio di idee e specchio della società, si è dimezzato. Dopo anni di serie difficoltà i cinema stanno oggi ritornando a vivere grazie a grandi produzioni internazionali, spesso non di spessore, salvo alcuni film, quale l’ultimo di Nolan, Odissea, capace di riportare al cinema con curiosità anche culturale un pubblico vasto e anche giovane. Da nominare anche alcune produzioni italiane che sicuramente si stanno riprendendo spazio, ma rimangono sempre in minoranza rispetto ai film stranieri.
Le mostre d’arte resistono, ma a quale prezzo? L’arte diventa spesso sfondo per contenuti social, le installazioni immersive sono pensate più per lo stupore visivo che per il dialogo con l’opera. Ci si chiede: si va a vedere una mostra per incontrare l’artista originale o per scattarsi una foto davanti a un’illusione luminosa? L’esperienza estetica si trasforma in consumo visivo, in un passaggio rapido che non lascia traccia.
I concerti funzionano, ma sono quelli spinti dalle grandi etichette discografiche. I nuovi cantautori che puntano su parole e musica, che cercano di raccontare il mondo con autenticità, sono pochi e spesso invisibili. Le major investono in ciò che vende, non in ciò che eleva. E così anche la musica, che dovrebbe essere voce dell’anima collettiva, si appiattisce in formule ripetitive, in estetiche costruite, in non-vestizioni che diventano più importanti del testo.
A rendere il quadro ancora più ambiguo è la ridefinizione stessa di “cultura”. FederCultura, nel tentativo di includere nuove forme di espressione, ha ampliato la categoria fino a comprendere serie tv, giochi digitali, intrattenimento online (tutto, senza distinzioni). Il risultato? I dati sembrano rassicuranti, ma sono ingannevoli. Se tutto è cultura, nulla lo è davvero. La cultura non è solo ciò che intrattiene, ma ciò che forma, che sfida, che trasforma.
Questo non è un discorso da nostalgici, né da élite intellettuale.
È il grido di chi ha a cuore la bellezza, quella che nasce dal pensiero, dalla parola, dal gesto artistico. È la preoccupazione di chi si chiede cosa resterà della capacità umana di emozionarsi davanti a un buon libro, a uno spettacolo teatrale di prosa, a un film che ci costringe a pensare. I tempi sono cambiati, sì, ma non sempre in meglio.
La società italiana del 2026 sembra aver smarrito il gusto della profondità. I social media hanno ristrutturato il nostro cervello, abituandoci a contenuti brevi, emotivi, istantanei. La soglia dell’attenzione si è abbassata, la capacità di concentrazione si è erosa. Le neuroscienze lo confermano: il multitasking digitale modifica i circuiti cerebrali, riduce la materia grigia nelle aree deputate alla riflessione. Pensare è diventato un atto faticoso, quasi sovversivo.
Eppure, proprio per questo, pensare è oggi un atto di resistenza. Leggere un libro, andare a teatro, ascoltare un concerto di parole e musica autentiche, significa opporsi all’imbarbarimento. Significa scegliere la lentezza, la profondità, la bellezza. Significa credere ancora che la cultura non sia un lusso, ma una necessità.
I mezzi che oggi dominano la nostra comunicazione, social media, piattaforme di streaming, contenuti virali, non sono solo strumenti, ma ambienti cognitivi che modellano il nostro pensiero. E in questi ambienti, il valore che stiamo coltivando è troppo spesso quello della velocità, della visibilità, dell’impatto immediato. Non quello della profondità, della riflessione, della bellezza che resiste al tempo.
La parola “cultura” viene dal latino colere, che significa “coltivare”. Coltivare la terra, sì, ma anche coltivare l’anima, il pensiero, la comunità. Oggi, però, sembra che stiamo seminando sabbia. I contenuti culturali forti, quelli che sfidano, che interrogano, che trasformano, sono in minoranza perché non si prestano al consumo rapido, non si piegano alla logica dell’algoritmo.
Qualcosa sta cambiando su youtube dove stanno crescendo anche contenuti di spessore culturale e questo mi conforta almeno un po’.
Infatti, se il medium è il messaggio, come sosteneva il sociologo canadese Marshall Mc Luhan nel 1964, possiamo riappropriarci del medium. Possiamo usare questi strumenti per veicolare pensiero, bellezza, complessità. Possiamo coltivare valore anche nel digitale, se scegliamo di farlo. Se smettiamo di inseguire solo ciò che funziona e iniziamo a proporre ciò che serve. Perché la cultura non è solo ciò che piace: è ciò che forma. E oggi, più che mai, abbiamo bisogno di formare coscienze, non solo follower.
Lo so perché l’ho fatto. Durante la pandemia ho raggiunto centinaia di migliaia di persone in tutta Italia grazie ai social, raccontando arte, musica, teatro, letteratura su Artspecialday On Air. E ho creato un luogo fisico, il LET’S FEEL GOOD di Milano, dove la Cultura è benessere: racconti d’arte, spettacoli teatrali con musica dal vivo, concerti tributo ai grandi artisti internazionali, spazio per band emergenti. L’ho fatto senza un soldo dalle Istituzioni. E il locale, dopo le prime difficoltà legate alla novità sul mercato, ha avuto successo.
Negli ultimi due anni (di otto) la parte teatrale se non con titoli rilevanti come la storia di Frida Kahlo o Alda Merini arranca un po’. Non so se si tratta del pubblico milanese, dovrei aprire anche in altre città per scoprirlo.
Sicuramente però so che non voglio contribuire a creare un mondo di locali dove l’arte deve travestirsi da intrattenimento leggero per sopravvivere. Dove il pensiero deve diventare slogan per essere ascoltato. Dove la bellezza deve urlare per non essere ignorata.
Voglio andare avanti a proporre un calendario variegato di offerte multiculturali che spaziano dalla storia dell’arte, al teatro, alla filosofia, alla musica dal vivo con tanti giovani artisti che meritano di essere ascoltati.
Perchè sono convinta che la risposta non può essere rassegnata. Deve essere militante. Dobbiamo continuare a creare, a promuovere, a coltivare Bellezza. Ma anche a pretendere che la Cultura venga riconosciuta come bene primario. E dobbiamo farlo insieme: artisti, operatori, pubblico, istituzioni. Perché la Cultura non è solo ciò che ci fa stare bene.
È ciò che ci rende esseri umani migliori.
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