C’è un punto nella storia delle civiltà in cui l’Altro smette di essere
un volto e diventa un contorno.
Non un interlocutore, non una presenza che ci obbliga a pensare, ma una
figura che possiamo ignorare, giudicare, perfino condannare senza
sentirne il peso.
È in quel punto che la società comincia a incrinarsi, perché l’Altro non
è un accessorio della convivenza: è la sua struttura portante.
Hannah Arendt lo aveva visto con una chiarezza che oggi appare quasi
profetica: la politica nasce solo quando riconosciamo l’Altro come parte
del mondo che condividiamo.
La pluralità non è un ornamento della democrazia, è la sua sostanza.
Senza pluralità, la democrazia si spegne.
Senza l’Altro, la politica si trasforma in dominio.
Günther Anders, da un’altra angolazione, ha mostrato come la modernità
abbia eroso la nostra capacità di empatia.
La tecnica, la velocità, la semplificazione emotiva hanno ridotto la
nostra capacità di riconoscere nell’Altro una parte di noi.
E l’empatia non è un sentimento gentile: è un dispositivo evolutivo.
È ciò che permette alle società di durare, di crescere, di non
collassare nella violenza.
Una civiltà che perde l’empatia perde la sua direzione evolutiva.
Gli antropologi della relazione da Lévi‑Strauss a Descola lo hanno
ripetuto per decenni: una società non si misura dalla forza dei suoi
confini, ma dalla qualità dei suoi riconoscimenti.
L’Altro è il primo confine che incontriamo, e il modo in cui lo
attraversiamo determina tutto il resto.
Le società che riconoscono l’Altro come parte di sé evolvono; quelle che
lo espellono regrediscono.
Il video IA di Vannacci, con la sua estetica gladiatoria, con il suo
imperatore che “condanna” gli avversari politici, in tal senso è un
ottimo caso di studio dell’attuale stato delle cose.
Non perché sia scandaloso, ma perché è rivelatore di quanto la nostra
società e con essa, in prima linea la politica, si sia trasformata in
arena.
Rivela che il dissenso è stato trasformato in colpa.
E non meno importante ci rende ormai evidente che la storia è stata
ridotta a scenografia.
La storia ci dice che il pollice rivolto verso l’alto o esposto a
mezz’aria era il segno della morte.
Il pollice estratto, mostrato, era infatti la spada simbolica: “iugula”,
“sgozzalo”.
La grazia, invece, era un gesto minimo: il pollice nascosto nel pugno,
la mano chiusa, la violenza trattenuta.
Ovvero “mitte”: “lascialo andare”
Un gesto antico, fragile, stratificato, che non indica solo la vita o la
morte, ma il modo in cui una civiltà decide chi appartiene e chi può
essere escluso.
Nel video di Vannacci, così come prima di lui il film Il Gladiatore di
Ridley Scott del 2000, si inverte il senso del pollice ormai a proprio
piacimento e così si confonde la banalizzazione del significante in “va
bene”, “Ok”, ignorandone il significato originario.
Una società che non sa più leggere i propri simboli, che non sa più
custodire la propria storia, che usa la violenza come linguaggio ormai
non sa più riconoscere l’Altro come fondamento della propria evoluzione.
E quando la violenza diventa comunicazione, la democrazia non è più un
progetto: è un ricordo.
La nostra epoca non è infatti soltanto minacciata dalla violenza
esplicita: è minacciata anzitutto dalla violenza che non riconosce più
se stessa, dalla violenza che si traveste da ironia, spettacolo,
leggerezza. Da quella violenza che nasce proprio quando l’Altro smette
di essere un volto, un interlocutore, un altro da me e diventa un
bersaglio.
Se vogliamo immaginare il futuro, dobbiamo partire da qui:
dal fatto che una società che non riconosce l’Altro non può riconoscere
nemmeno se stessa.
Perché l’identità non è un recinto: è una relazione.
E la relazione non è un accessorio: è la struttura salvifica che ci
permette di esistere senza distruggerci.
L’Altro che abbiamo dimenticato
Articoli correlati
Ti racconto Marcel Proust
Cerca un articolo
Seguici su Facebook
Let’s Feel Good
“LET’S Feel Good”: uno show-room culturale dove “sentirsi bene”.
Un luogo dove degustare Cultura, Arte, Intrattenimento: corsi di comunicazione creativa, workshop, incontri con artisti, scrittori e giornalisti, reading letterari e teatrali, serate musicali e aperitivi culturali con degustazioni di vino biologico e birra artigianale.
Un luogo dove sentirsi a casa, immersi in una dimensione artistica che riesce a stupirti comunicandoti sempre qualcosa di nuovo.


Viale Bezzi, 73 – 20146 – Milano
P. IVA 07988450966





