Ironica, graffiante, irriverente. A differenza di altre “sorelle” più dolci e aggraziate, la Satira è una musa arguta e sfacciata, a tratti grottesca, abile nell’affascinare attraverso quel sorriso amaro che diverte e, al contempo, fa riflettere. Una dea che, nel corso dei secoli, ha conquistato artisti e letterati, pronti ad ascoltare il suo canto per correggere, a colpi di penna e pennello, i (mal)costumi delle società di ogni epoca.

Pensando all’opera di Vincent Van Gogh, uno dei più straordinari e tormentati pittori dell’Ottocento, nonché figura di spicco del realismo e del post-impressionismo, le prime immagini che balzano alla mente sono collegate, senza dubbio, ai colori accesi dei suoi celebri girasoli o ai toni più scuri dei mangiatori di patate o ancora ai suoi numerosi autoritratti e ritratti (come quello del postino Joseph Roulin, del pittore Paul Gauguin, del dottor Paul Gachet).

Tutti lavori che, attraverso pennellate più o meno decise e tonalità più o meno vivaci, raccontano anche l’esperienza dell’artista olandese, la sua passione, la sua afflizione. Il disagio vissuto da Van Gogh e la mancata affermazione, giunta solo dopo la sua morte, sono ben noti anche grazie alla finissima letteratura espressa dall’autore nel nutrito scambio epistolare con l’adorato fratello minore Theo: un mercante d’arte il cui ruolo fu fondamentale per il suo sostegno finanziario ed emotivo. E sarà proprio la moglie di Theo, Johanna Van Gogh-Bonger, a impegnarsi nel recuperare i lavori del pittore dopo che pose fine alla sua vita, sparandosi al petto nell’estate del 1890.

L’emarginazione, la sofferenza psicologica e la difficoltà a ritagliarsi un posto nel panorama artistico ci riconsegnano un Van Gogh tormentato e instabile, ma straordinariamente innamorato della pittura, nonostante l’indifferenza dei critici dell’epoca. Basti pensare che, prima del suo decesso, delle oltre ottocento tele realizzate in otto anni di attività (Vincent iniziò a dipingere con costanza non prima dei 28 anni), venne venduto un solo dipinto!

In questo turbinio di passioni, irrequietezza e solitudine, sembrerebbe impossibile scorgere un lato umoristico nell’opera di Van Gogh… Eppure, esistono, in particolar modo, un paio di lavori che esprimono tutta la sua verve ironica e la sua condanna a quella stessa società borghese che lo aveva rifiutato e denigrato.

Le due opere balzano subito all’occhio per la loro peculiarità: per la scelta del soggetto in un caso e per la stranezza della rappresentazione nell’altro.

Nella seconda metà del XIX secolo e, più precisamente tra il novembre del 1885 e il febbraio del 1886, Vincent si trasferì ad Anversa dove poté ammirare le opere del fiammingo Rubens e scoprire quelle stampe giapponesi che, in seguito, trovarono ampio spazio nella sua produzione artistica.

Nella città belga realizzò la prima delle due opere sopraccitate: il Teschio con sigaretta.

L’immagine rappresenta, per l’appunto, un teschio su sfondo nero intento a fumarsi beatamente una sigaretta. La tela venne realizzata durante la frequentazione da parte di Van Gogh (pittore autodidatta) dell’Accademia, dove, però, si scontrò spesso con i docenti, criticati per la loro passiva riproposizione delle convenzioni tradizionali. Vincent sentiva la necessità di innovarsi, di distinguersi dalla massa e di inserirsi nel mercato con originalità: obiettivi osteggiati da un conservatorismo artistico con cui l’autore polemizzò attraverso la creazione del suddetto Teschio.

Impostato come un ritratto a mezzobusto con gli occhi o, meglio, le orbite rivolte verso l’osservatore, il Teschio si è prestato a numerose interpretazioni: dall’ennesimo autoritratto in chiave macabra alla caducità della vita alla critica verso una società eccessivamente severa nei confronti dell’autore. Anche se apparentemente insignificante, pure la presenza della sigaretta gioca un ruolo fondamentale: Van Gogh, grande tabagista, fumava la pipa, simbolo dei ceti più popolari e sottomessi; la sigaretta, invece, era un elemento tipico delle classi altolocate. Nell’inserire quella sigaretta tra i denti del teschio, Vincent caratterizza il personaggio anche dal punto di vista sociale: un borghese spocchioso, vuoto, al quale non rimangono che ossa e una cartina di tabacco, simbolo di una società statica, refrattaria a ogni tipo di innovazione artistica e saldamente ancorata alla tradizione pittorica del passato.

Un altro spunto satirico, altrettanto ermetico ma meno noto, giunge dalla seconda opera considerata. Il bozzetto, disegnato a Parigi nell’atelier del pittore francese Fernand Cormon, rappresenta un calco classico femminile cui Vincent appose, ingigantendolo, un grande cilindro nero. Ancora più emblematico della sigaretta, il cilindro nero è un’ulteriore allegoria della classe borghese opprimente, soverchiante, quasi autoritaria nell’imporre le proprie regole sia artistiche che sociali. Nell’illustrazione la donna sparisce, viene inghiottita dal cappello, fagocitata dal conformismo che Van Gogh schernisce con ironia, indignazione e un tocco di malinconia: tratti tipici del genere satirico.

Come scrive il critico d’arte Alessio Costarelli nel suo saggio Tra satira e vanità, «il processo satirico era arma tipica della militanza realista contro le convenzioni e artisti come Honoré Daumier (assai apprezzato da Van Gogh) vi avevano votato larga parte della propria arte; Vincent – prosegue Costarelli – si professava realista e a sua volta non perdeva occasione per confutare e screditare l’universo accademico così come la migliore società che sempre lo emarginava».

Una società che solo diversi anni dopo la sua morte avrebbe celebrato il genio olandese, dotato anche di un estro satiricotutt’oggi piuttosto sconosciuto.

Andrea Romagna per MifacciodiCultura