Ciò che a primo impatto colpisce di più in Massimo Troisi sono i suoi occhi.
Non particolarmente belli, ma intrisi di quella timidezza e di quella malinconia che tanto hanno caratterizzato gli anni della sua giovinezza e che più di una volta sono stati strumenti con cui costruire i suoi personaggi, dall’intraprendente Gaetano di Ricomincio da tre a quel Postino dell’omonimo film destinato a divenire il suo testamento cinematografico.
Quegli occhi, così vulnerabili e indifesi, sembrano lo specchio di quella sua Napoli che tanto ha amato deridere, sbeffeggiare e al contempo omaggiare nel teatro (il gruppo della Smorfia, che già nel nome richiama “un riferimento, tipicamente napoletano, a un modo di risolvere i guai” ovvero l’interpretazione dei sogni per dedurne i numeri del Lotto da giocare) come in numerose delle sue produzioni cinematografiche.
Occhi silenziosi e meditabondi, quasi raccolti nella preghiera che d’altronde è sempre stata una delle costanti nella sua vita. Cresciuto in una famiglia molto devota al cristianesimo, Troisi non ha mai rinnegato la religione ma anzi ha saputo renderle un distaccato omaggio attraverso le sue parodie (indimenticabile quella dell’Annunciazione).
Scrutava il mondo attorno a lui e lo ricreava, con cattiveria agrodolce ma mai con ferocia. Con quell’animo sognante e delicato che gli era proprio e che gli ha permesso di diventare erede degno di quella commedia all’italiana che negli anni ’50 aveva contribuito a dare prezioso slancio al nostro cinema.
È noto quello che rispose a chi gli sconsigliava di imbarcarsi nelle riprese de Il Postino date le precarie condizioni di salute dettate da una anomalia cardiaca: “Questo film lo voglio fare con il mio cuore”. Nella semplicità dei suoi lavori Troisi ci metteva tutto se stesso, affrontando davvero come una missione il suo essere attore. La sua era l’Italia degli anni ’80, e quindi della P2, degli ultimi anni dello stragismo e degli scandali politici che incrinarono un paese sempre più in preda al disorientamento. L’immagine di quello che forse Pasolini avrebbe definito un simpatico Malandrino, teso sempre a cavarsela di espedienti e dall’animo pacifico, non poteva che essere bene accolta e amata dal pubblico. Le numerose collaborazioni (tra cui Benigni, con cui co-diresse il noto Non ci resta che piangere), la sincera amicizia con Pino Daniele (resta memorabile il video in cui ascolta la prima registrazione di Quando, in un silenzio sentito e profondo) sono ulteriori testimonianze di quanto benvoluto e amato fosse l’attore.
Ventun’anni fa la malattia se lo è portato via. Da qualche mese in rete è spuntato fuori un backstage inedito registrato sul set di Pensavo fosse amore.. invece era un calesse (1991), suo ultimo film da regista. Il segno che la sua scomparsa prematura non è riuscita a scalfire il ricordo di quegli occhi, ma anzi porta ancora molti a ricercarli.
Francesco Zucchetti per 9ArtCorsoComo9
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