La fila alle poste (Sellerio, 2025) non è solo un titolo è un “luogo”. Una sintesi quasi perfetta delle dinamiche di un intero spazio abitato: chi si indigna, chi si rassegna, chi aspetta, chi condanna e chi assolve, chi dice e chi tace. E qui che torna Lea, l’avvocata Russo, nel secondo romanzo ambientato a Scauri di Minturno (Lt), sua città natale, di Chiara Valerio. Ancora una volta non è un semplice omaggio. E’ una scelta, precisa e accurata, di raccontare uno dei paralleli del mondo, quello della Scauri degli anni Novanta, sullo scenario dell’Italia di quegli anni, in cui Silvio Berlusconi cominciava la sua scalata politica.
Ecco perché La fila alle poste è uno specchio nitido di quella società che cominciava ad accentuare gli albori di una società “denarocentrica”, in cui il desiderio del benestare finanziario era diffuso e lecito al punto da diventare l’obiettivo principale. Sono gli anni in cui i prototipi di bellezza, di benessere, di “bella vita” si standardizzano e in questa strana corsa all’appagamento esistenziale convenzionalmente stabilito, non di rado si finisce soli, individui e molto meno coppia e società.
In questo isolamento nascono le tragedie che travolgono le persone. E’ chiaro. Per chi è lasciato solo, lontano dagli standard che l’ideologia condivisa ha stabilito come auspicabili per dirsi felici, arriva il malessere prima e la disperazione poi che miete vittime, come la piccola Agata.
Attorno a questa morte si muove Lea, che torna a camminare tra il “gioco” delle parti di tutti i personaggi, che incarnano personalità e aspetti ben definiti. Si muove come donna e come avvocata Russo, sempre pronta ad interrogarsi, ad esitare, combattuta tra la paura di rimanere provinciale e il desiderio di affermare la sua capacità di non esserlo e spingersi oltre. Oltre sotto tanti punti di vista – professionale, culturale, umano – ma sempre e comunque innanzitutto oltre se stessa.
D’altra parte è un po’ quello che le è rimasto di Vittoria. La donna affascinante, di cui – in vent’anni – mezzo paese s’era innamorato per la sua presenza imperante e la sua apparenza discreta. L’idea di scoprire qual è il sentimento che ancora la lega a lei, dopo tre anni, è una propulsione incredibile nell’indagine emotiva che la riguarda, ma la cosa sulla quale si sofferma in modo tanto pratico quanto poetico Valerio è proprio questo: mentre Lea cerca di decifrare la sua coltre emotiva, scopre, o meglio impara a scoprire anche quella delle persone che la circondano; impara a sospendere il giudizio e quindi concedere, veramente, la libertà di essere e sentire agli altri. Compresa la sua amica Alba, per esempio, o l’avvocato Pontecorvo.
Insomma, mi pare che pur non avendolo scritto, l’abbia detto che il giallo è ancora una volta una sorta di pretesto, un “deus” che avvia la vicenda (invece di scioglierla!) che serve poi per parlare di tutt’altro rispetto ad un’indagine giudiziaria. E’ un’indagine, ma è sociale; è uno spazio, Scauri, ma è un luogo degli anni Novanta; è una donna protagonista, Lea, ma “protagonisti” lo sono tutti perché – come nella recita di Natale – ognuno ha il suo ruolo – anche Benino che dorme, la bambina perfetta per incarnare San Giuseppe, sottolineando che è l’unico unito da un rapporto reciproco con Dio che pure ha bisogno di lui per sfamare suo figlio in Terra.
E via andare con Luigi comunista anticonformista per scelta, eppure talvolta imbrigliato dalla convenzione di certe forme e non di una certa sostanza; Rebecca Lanza, aristocratico medico che fa dei “vizi” dei ricchi gli espedienti per provare la vita, fino a che punto tiene e quando si spezza il suo sentire; zia Gilda, mamma Rosa, Mimmo, Filomena, Franco…Li potremmo citare tutti perché senza ognuno di loro il quadro di questo racconto non sarebbe completo. Questo libro è l’ideale per leggere uno spaccato di provincia, un tassello antropologico e comunque, a ben vedere, anche un bel tributo di indulgenza e d’amore nei confronti del popolo, provinciale o no!
Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura
"La fila alle poste", Chiara Valerio: il racconto di un "luogo", gli albori di una società "denarocentrica"
Antonia De Francesco
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