Ilaria Alpi: un esempio di amor di verità
La città è irreale. Un semaforo impazzito,
l’unico funzionante, segna il rosso.
Per la ripresa del Paese, il segnale verde
non sembra cosa di domani.
Sono parole su Mogadiscio tratte da uno degli ultimi reportage di Ilaria Alpi – inviata del Tg3 nata a Roma il 24 maggio 1961 –, prima di essere uccisa insieme all’operatore Miran Hrovatin durante un agguato. Era il 20 marzo 1994, e la Somalia era in piena guerra civile.
Pensare a Ilaria è pensare ai giornalisti morti per amor di verità, per amor di informazione, per amor di giustizia. Il nome di Ilaria è stato impresso sul muro di Arligton (Virginia), una parete trasparente di sette metri situata nel giardino del Newseum (museo della stampa): è il Journalists Memorial, in ricordo dei giornalisti caduti. Su questa parete, ogni anno, si aggiunge un pezzo. Ogni nuovo pannello è dotato di un nuovo nome, nuovo luogo, nuova data.
Molti caduti sul fronte del giornalismo sono come degli eroi invisibili, non dichiarati, ma comunque uomini e donne che portano fino al limite più rischioso la responsabilità del loro mestiere. L’esistenza di questi giornalisti a volte viene alla luce solamente dopo la loro scomparsa. Ma è proprio ricordando i loro nomi che ne permettiamo la sopravvivenza valorosa, così come anche quella delle loro azioni e delle loro parole.
Purtroppo, gli inviati morti in guerra sono solamente una parte dei martiri sociali dell’informazione: minacce, ricatti e sopraffazioni sono una viva realtà anche di giornalisti rimasti in patria. Intimidazioni e violenze personali vogliono soffocare le parole di verità sulla mafia o associazioni di controllo su territorio locale. Lotte non circoscrivibili, quindi, ma che si estendono a macchia d’olio negli ambiti più vari, che operano nell’ombra anche sotto il portone di casa nostra.
A tal proposito, risultano suggestive alcune parole dello scrittore e giornalista italiano Giorgio Bocca:
Durante la mia professione mi sono sempre chiesto se vale la pena morire per il giornalismo. La vicenda di Ilaria Alpi con le bugie e le menzogne connesse ci dimostra che non ne vale la pena. Ma c’è sempre speranza che le cose cambino.

Questa stessa riflessione di Bocca è stata posta, molto saggiamente, in apertura del libro Passione reporter – Il giornalismo come vocazione di Daniele Biacchessi, che tratta di casi giornalistici come quello della Alpi. Ilaria resta comunque un nome legato al giornalismo italiano per il suo sacrificio in nome della verità e della passione per il proprio lavoro, nello sforzo di attivare un qualche piccolo ‘segnale verde di ripresa’ in quel semaforo della trasmissione di notizie. Ma è anche questa sua vicenda esemplare che fa nascere in noi ragionevoli domande, come quella di Bocca, sul senso del pericolo per una battaglia culturale e di informazione, campi ormai tendenti all’impalpabilità.
L’attività del giornalista può essere insidiosa, ed è ovvio che gli inviati in zone di guerra corrono elevati rischi, ma quel cambiamento auspicato da Bocca, quella speranza rinchiusa e lanciata in una capsula del tempo troverà realizzazione?
Sabrina Pessina per MIfacciodiCultura
Sabrina Pessina
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