
Alexander Pope (Londra, 21 maggio 1688 – Twickenham, 30 maggio 1744): satira e classicità. Così potremmo riassumere il grandissimo contributo alla letteratura inglese nel XVIII secolo, un’epoca in cui nasceva un nuovo genere letterario, il novel, il romanzo borghese di Defoe, Richardson e Fielding. Alexander Pope è talmente noto che, assieme a Tennyson e Shakespeare, rappresenta uno dei poeti britannici più citati e ricordati. Inoltre, egli è tradizionalmente considerato uno dei principali esponenti dell’Età augustea, quella fase della letteratura inglese dove la classicità tornò a dominare la scena.
Vorrei incominciare queste riflessioni dall’anno di nascita del poeta: il 1688 è un momento fondamentale nella storia inglese, in quanto Giacomo II, cattolico romano, fu detronizzato in favore della figlia Maria e del marito di lei, Guglielmo d’Orange, il governatore calvinista delle Province Unite nederlandesi. Iniziò, da quel momento, un periodo di ostracismo per i cattolici romani inglesi, che non poterono più frequentare scuole o assumere incarichi pubblici a seguito dell’emanazione del Test Act, le leggi che permettevano l’assunzione di incarichi pubblici soltanto ai membri della Chiesa anglicana. Per questo il giovane Pope, nato in una famiglia cattolica romana, fu costretto a studiare presso una zia e, a causa del forte anticattolicesimo che si respirava a Londra, dovette trasferirsi con la famiglia a Windsor, cosa che gli dette l’opportunità di descrivere la foresta di Windsor nella poesia Windsor Forest (1713).

La formazione del poeta è segnata dai classici (i satiristi Orazio e Giovenale, ma anche Virgilio e Omero, che torneranno nella sua opera) e dai grandi scrittori inglesi (Chaucer, Shakespeare e Dryden). L’esordio letterario di Pope si data al 1717 col celebre The Rape of the Lock (“Il ratto del riccio”). L’estro satirico dell’autore londinese raggiunge, con questa composizione, altissime vette: il poema descrive il taglio di una ciocca di capelli di Belinda (la nobildonna Arabella Fermor) da parte del suo pretendente Robert Lord Petre. Un episodio assolutamente insignificante nelle mani del poeta londinese diventa una parodia dell’Iliade: il ratto del riccio è diventato il ratto di Elena, l’ekphrasis dello scudo di Achille diventa un’occasione per descrivere le innumerevoli sottovesti di Belinda e i moduli retorici sono i medesimi impiegati da Omero. L’intera situazione viene osservata in disparte da Pope stessa, che si fa beffe in questo modo dei passatempi e dei divertimenti dell’aristocrazia, unico passatempo di queste persone (non siamo lontani al Giorno di Parini e dalla satira del poeta lombardo dei sollazzi della buona gioventù milanese). Il componimento è un classico esempio di poema eroico-comico, dove le strutture retoriche e narrative dell’epica sono ribaltate per ottenere un effetto squisitamente spassoso.
È mia premura adesso dedicarmi al Pope prosatore e saggista, autore di capolavori come An Essay on Criticism (1709-1711, “Saggio sulla critica”) e An Essay on Man (1733-1734, “Saggio sull’uomo”), entrambi scritti in distici eroici (sequenza di versi in pentametro giambico, il verso principe della poesia britannica). Nel primo lo scrittore delinea quali dovrebbero essere i rapporti tra critici e scrittori all’inizio del sec. 18°; mi piace rimarcare il culto di Pope per la letteratura greco-romana, poiché come scrive egli stesso:
True ease in writing comes from art, not chance
Scrivere bene è un’arte, non viene dal caso.

Pope, a mio giudizio, anticipa di qualche secolo la lezione eliotiana sulla tradizione: il poeta “maturo” ruba, in quanto prodotto egli stesso di una tradizione, di un sistema di cui ha piena contezza ed è in grado piegare a suo piacimento. In An Essay on Man Pope cerca di dare una spiegazione alla visione provvidenzialistica del mondo (come dice lo stesso poeta “ciò che è, è perché così deve essere”), accettando una visione del mondo di tipo leibinitziana.
È opportuno concludere questo articolo con un’osservazione spiritosa: i versi di Pope della poesia Eloisa to Abelard (1717) “How happy is the blameless vestal’s lot! The world forgetting, by the world forgot. Eternal sunshine of the spotless mind! Each pray’r accepted, and each wish resign’d?” hanno dato il titolo al celeberrimo Eternal Sunshine of the Spotless Mind (maldestramente tradotto in italiano con: “Se mi lasci ti cancello!”). Pur non essendo un estimatore di Alexander Pope, sarei intellettualmente disonesto se non gli riconoscessi il suo talento e la sua capacità di innovare la poesia inglese in un secolo fondamentale per la letteratura anglofona.
Andrea Di Carlo per MIfacciodiCultura
Andrea Di Carlo
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