Ironica, graffiante, irriverente. A differenza di altre “sorelle” più dolci e aggraziate, la Satira è una musa arguta e sfacciata, a tratti grottesca, abile nell’affascinare attraverso quel sorriso amaro che diverte e, al contempo, fa riflettere. Una dea che, nel corso dei secoli, ha conquistato artisti e letterati, pronti ad ascoltare il suo canto per correggere, a colpi di penna e pennello, i (mal)costumi delle società di ogni epoca.


Le dita di Plutone artigliano la coscia e il fianco di Proserpina, affondando nella morbidezza delle forme della figlia di Cerere che invano tenta di liberarsi dalla violenta stretta del signore dell’Ade.

beriniIl gruppo scultoreo, eseguito tra il 1621 e il 1622 e conservato nella Galleria Borghese di Roma, è una della opere più straordinarie di Gian Lorenzo Bernini che, scolpendo e levigando, riuscì a rendere molle il marmo!

Tra i principali esponenti del Barocco, Gian Lorenzo Bernini non ha certo bisogno di presentazioni, preceduto com’è da una fama che già nel XVII secolo, epoca i cui visse, lo travolse portando personalità politiche e religiose del Seicento a chiederne il servizio.

Moltissimi incarichi e ingaggi lo resero uno degli artisti più celebri d’Europa, raggiungendo i vertici di un linguaggio allegorico finalizzato alla propaganda. Tuttavia, di pari passo con la celebrazione dei committenti attraverso la creazione di lavori che ne esaltassero il potere, Bernini, nel suo eccezionale eclettismo, iniziò a sperimentare un genere figurativo opposto, atto a irridere il soggetto: la caricatura.

Posando martello e scalpelli e impugnando la matita, Bernini cominciò a tratteggiare sul foglio volti e figure deformate con il preciso fine di deridere i protagonisti degli schizzi. Attraverso ritratti grotteschi e iperbolici, la satira entrò prepotentemente nella produzione del poliedrico artista.

Pare, inoltre, che il termine “caricatura”, sostantivo prettamente italiano forse coniato da monsignor Giovanni Antonio Massani (o Mosini) e derivante per l’appunto dal verbo “caricare”, calcare, esagerare, venne introdotto in Francia proprio da Bernini, nel 1665, rafforzando ulteriormente il rapporto tra Gian Lorenzo e questa tecnica spiritosa e bizzarra.

Lo storico dell’arte Filippo Baldinucci, nel suo Vocabolario toscano dell’arte e del disegno (1681), descrisse la parola “caricare”, legata a “caricatura”, come un «modo tenuto da’ Pittori o Scultori in far ritratti, quanto si può somiglianti al tutto della persona ritratta; ma per giuoco, e talora per ischerno, aggravando o crescendo i difetti delle parti imitate sproporzionatamente», richiamando i bozzetti goliardici del suo contemporaneo Bernini.

A differenza di altri caricaturisti, tra cui Leonardo, i fratelli Carracci, Pier Francesco Mola e Carlo Maratta, Bernini fu anche il primo artista a concentrarsi su un unico personaggio da caricaturizzare e canzonare. Prima, infatti, i caricaturisti si allenavano sbizzarrendosi nella creazione di diverse facce ed espressioni alterate (le cosiddette “teste grottesche”), spesso frutto della loro fantasia; Bernini invece, come sottolinea Werner Hofmann nel suo saggio La caricatura da Leonardo a Picasso (1956) «si limitò a fissare sulla carta di volta in volta una sola testa» che occupava interamente il lavoro e la concentrazione dell’artista.

Tra le caricature berniniane che ben si inseriscono nel quadro satirico della secentesca Roma pontificia troviamo, ad esempio, quelle dei cardinali Scipione Borghese (con il faccione tondeggiante, il naso a patata e gli occhi socchiusi) e Flavio Chigi (in cui emergono il naso enorme, gli occhi piccoli e il doppio mento), di Papa Innocenzo XI e del Capitano della guardia di Papa Urbano VIII.

Prive di chiaroscuri, molte di queste caricature si distinguono per i tratti semplici e fulminei: saette d’inchiostro che, in poco spazio e in breve tempo, riproducono il volto dei personaggi (e la posa ridicola, nel caso di Innocenzo XI), accentuandone gli elementi somatici.

Spicca, inoltre, la componente sociale: Bernini non caricaturizza i poveri, gli emarginati, i villani, ma si focalizza principalmente sui potenti, traducendo sul foglio i peccati della classe dirigente sotto forma di smorfie, buffe acconciature, nasi aquilini, espressioni intontite e colli allungati. berini

Proprio quest’ultima caratteristica contraddistingue il ritratto del “Capitano della compagnia de romaneschi sassaioli nella guerra di Urbano VIII”, quindi di un membro di spicco dell’esercito pontificio. In questo bozzetto, il sarcasmo di Bernini e, di conseguenza, la considerazione che l’artista aveva del personaggio ritratto, emergono in tutta la loro licenziosità, con la riproduzione di un collo bislungo e di una testa fallica che richiamano, inconfutabilmente, la forma di un pene, quasi a voler dare, al militare, della testa di…!

Nonostante l’irriverenza dei suoi disegni, Bernini ebbe successo anche come caricaturista e le sue divertenti opere vennero viste o addirittura commissionate dagli stessi effigiati, desiderosi di inserirle entro piccole cornici d’ebano da aggiungere alle loro collezioni: evidentemente il piacere di farsi ritrarre da uno dei più eccezionali artisti della storia superava l’orgoglioso sdegno per una rappresentazione grottesca di sé stessi.

Andrea Romagna per MifacciodiCultura