Ci sono modi di pensare, essere ed agire che diventano una sorta di “modelli”, o anche “prototipi”, che – proprio per questa natura – sono soggetti a “corsi e ricorsi”. E’ questo il presupposto che si evince dalla lettura di “Il Fascismo eterno” di Umberto Eco (La Nava di Teseo, 2024) che in questo saggio breve, dimostra come il “fascismo” rispetto ad altri connotati storico-politici, è un ombra persistente sull’assetto socio-culturale dell’umanità tutta. E’ questo il primo aspetto che Eco argomenta: la capacità di usare per estensione il termine “fascismo” a prescindere da connotati geografici, anagrafici, e così via. Non un fenomeno circoscritto, quindi, ma un atteggiamento – nato dall’insieme di propensione e contorni sfocati – che potenzialmente può riproporsi ovunque, tanto è vero che l’Autore spiega come il fascismo “divenne una sineddoche, una denominazione pars pro toto per movimenti totalitari diversi”.

Da qui Eco, quindi, fa in queste pagine quello che afferma in premessa, vale a dire “una lista di caratteristiche tipiche di quello che vorrei chiamare l’ ‘Ur-Fascismo’, o il ‘fascismo eterno”. Innanzitutto lo definisce un “alveare di contraddizioni” e questo basterebbe a capire che contenendo tutto e niente, o meglio tutto e il contrario di tutto, la capacità di attecchire è potenzialmente alle stelle.

A seguire parla di “sgangheratezza politica”, “culto della tradizione”; “rifiuto del modernismo”; “irrazionalismo”; nessuna capacità di critica; oppositività alla diversità; “frustrazione individuale o sociale”; fa forza sulla privazione di un’ “identità sociale”; c’è l’incapacità di “valutare con obiettività la forza del nemico”; “non c’è lotta per la vita, ma piuttosto vita per la lotta”; “disprezzo per i deboli”; “ciascuno è educato per divenire un eroe”; “machismo”; “populismo qualitativo”; “lessico povero” e “sintassi elementare”.

Questi sono i possibili archetipi dell’ Ur-Fascismo e poi scatta l’appello dell’Autore: “L’Ur-Fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili”. Parole che trovano senso in quei contorni poco definiti e quell’essere tutto e niente, nonché nelle caratteristiche descritte da Eco nel suo elenco di argomentazioni.

Ecco perché in conclusione Umberto Eco afferma che parlare di “Ur-Fascismo” o “Fascismo eterno”, che dir si voglia, ha un senso che rende necessario pensare che “il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo”. D’altra parte non avrà mai la stessa faccia e sarebbe ingenuo pensare che “le camicie nere sfilino ancora in parata nelle piazze italiane!”.

Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura