«E con chi gioco? Con la nebbia?»

«Stammi bene».

Una sua risata mi accompagna all’uscita.

«Che poi con lei, chi vede? A poker la nebbia non perde mai»

Il titolo del nuovo romanzo di Giulio Natali viene fuori nelle battute di uno dei personaggi. A poker la nebbia non perde mai ( Edizioni La Gru, 2025) è la storia di Pupi, ma non a pronunciare l’iconica frase del testo è Franco, il suo migliore amico, il cui profilo è quello dell’amico apparentemente fermo, immaturo, sempre ubriaco di vita, che vive alla giornata senza confidare nella possibilità che nella vita qualcosa possa realmente cambiare. D’altra parte è chiaro che spesso ciò che manca nella vita è proprio una possibilità: che non c’è o, a volte, non c’è per tutti.

Tra questi tutti anche Pupi e Franco.

Quella di Natali è dunque una storia che mette a fuoco una vicenda che si snoda tra le eventualità esistenziali e, in questo solco, non ha alcun “lieto fine”. E’ una storia sfidante che parte dal ritorno al mondo di Pupi.

Dopo circa due anni per lui si aprono le porte del carcere: è un uomo disincantato che non si aspetta nulla; la libertà che riconquista non lo mette a proprio agio, ma offre alla vicenda narrata un punto di vista inusuale. Pupi guarda la quotidianità che gli gravita attorno da quel momento in poi con lo stesso stupore con cui guarda un bambino per la prima volta il mondo, ma non con la sorpresa di trovarlo diverso o nuovo, bensì con la consapevolezza via via crescente che poco sia cambiato, non in meglio (come il nipote, bambino adorabile, adorato, e poi sbalorditiva faccia da schiaffi) e poco sia destinato a cambiare.

Tant’è che per uno che torna metaforicamente alla vita la prima cosa che l’aspetta è la “morte”, quella del cane che la sorella gli chiede di accompagnare a morire perché è l’unico che ha un furgone con cui condurlo dal veterinario. Ed è su questo episodio che si capisce subito in che direzione andrà l’emotività di questa storia: l’unico che con l’esperienza di detenzione potrebbe sentire più facilmente vacillare la speranza è colui che prova a percorrerla cercando di salvare quel cane. Ma lo morde. Così la vita.

La madre lo tratta con sufficienza, forse perché l’istinto di sopravvivenza ha molto a che vedere con quello dell’autoconservazione – di se stessi e delle cose – e forse il ritorno di Pupi, in fondo, un po’ le pesa. La sorella non lo tratta proprio, se non per la necessità di derogargli una spiacevole incombenza. Dei vicini non si fida e non riesce a lasciarsi andare. Trova un lavoro, ma è un contratto destinato a non durare…

E poi arriva Sabrina. Arriva l’amore. La “nebbia” sembra diradarsi, ma tra le vicende di “Tuttodiscount” dove lavorano entrambi ed anche la figlia di Sabrina, Virginia, coinvolta in un’ indagine interna e i rapporti di circostanza per “salvarsi” la pelle, torna. Fitta.

In realtà per chiunque altro sarebbe stato come non averla mai vista venir meno, tanto da aver capito poco di fatti, persone e spazi. Il Pupi di Natali però è altro. E’ un altro modo di vedere le cose: e allora per lui la nebbia s’era momentaneamente allontanata perché

A volte la nebbia è utile. Ci costringe a guardare dove mettiamo i piedi.

Insomma proverbialmente la nebbia nasconde, nella storia di Giulio Natali anche, ma è in fondo la vera lente d’ingrandimento per chi nella vita vorrebbe, nei momenti di difficoltà evitare di aggiungere altra sofferenza o la rassegnazione alla quale si finisce ad abbandonarsi.

Pupi, ad esempio, torna a chiamare la polizia…

Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura