Hayao Miyazaki, 83 anni appena compiuti, arriva in Italia il primo dell’anno 2024 con il suo film Il ragazzo e l’airone dopo un decennio dall’ultimo lavoro, incassando oltre due milioni di euro in appena tre giorni. Un risultato davvero imponente che segna il record del primo film nipponico in testa agli incassi nella storia delle sale italiane. In Giappone è
uscito a luglio 2023, è vincitore ai Golden Globes 2024 come miglior film d’animazione, primo agli EDA Award come miglior film d’animazione dall’Alliance of Women Film Journalists; corre verso le nomination agli Oscar 2024 per la categoria miglior film animato e migliore colonna sonora. Candidato ai London Film Critics’ Circle 2024 (film in lingua straniera dell’anno e film d’animazione dell’anno), oltre che agli Astra Film & Creative Arts Awards 2024 come miglior film d’animazione e miglior regista internazionale a Hayao Miyazaki. Il film ha trionfato anche ai Los Angeles Film Critics Association Awards e ai Boston Society of Film Critics Awards nella categoria miglior film d’animazione, e ai Florida Film Critics Circle Awards, premiato come miglior film (prima volta per un film animato), miglior film d’animazione e miglior colonna sonora a Joe Hisaishi. Vincitore come miglior film d’animazione ai New York Film Critics Circle Award.
Ritorna in grande stile il maestro Miyazaki, con un’opera straordinaria in ogni suo aspetto visivo ed estetico. Dalle animazioni più semplici, che riproducono una routine quotidiana o un comportamento animale, agli sfondi incredibilmente ricchi di dettagli. Colori vivaci, accesi e lucenti. In mezzo, il talento visionario e immaginifico di un occhio cinematografico che cattura più mondi e rende un vortice di suggestioni. Dodicesimo lungometraggio intriso come sempre di citazioni colte e pensieri profondi, ispirato a “Il libro delle cose perdute” di John Connolly e “La torre spettrale” di Ranpo Edogawa, con un ulteriore richiamo al Genzaburo Yoshino e alla sua opera del 1937 “E voi come vivrete?”, in cui un ragazzo adolescente deve affrontare la morte del padre e il conseguente trasferimento a casa dello zio. Si tratta di un romanzo di formazione, che Miyazaki ha usato come punto di partenza, ma che per lo stesso regista rappresenta un elemento fondamentale, tanto che il suo protagonista Mahito ha con sé una copia proprio di quel libro. Il romanzo di Genzaburo interrogava il lettore su come avrebbe deciso di affrontare la propria vita da quel momento in poi. Miyazaki riprende il concetto e lo declina in mille direzioni, come solo lui sa fare. Segnato e sospeso da una dominante cromatica del verde dal tratto impressionista, il film sembrerebbe la ricapitolazione dell’opera omnia del maestro, ma in realtà si trasforma in una fondamentale domanda esistenziale. Prosegue la riflessione proposta in Si alza il vento, l’ultimo lavoro del 2013 con
cui Miyazaki pensava di congedarsi. Il ragazzo e l’airone ha come tema fondante il «tentare di morire» per ritrovare il gusto di vivere; in questo senso andrebbe interpretato il titolo originale E voi come vivrete? (Kimi-tachi wa dō ikiru ka?), che richiamerebbe anche il verso di Paul Valéry «bisogna tentare di vivere» che seguiva quel «si alza il vento» della precedente pellicola. Si passa dalla fine della prima guerra mondiale all’inizio della seconda, e in entrambi i film siamo lontani dall’eroismo – che il regista tendenzialmente riserva alle protagoniste femminili. I personaggi sono forse doppi, reversibili; madre e sorella diventano quasi la stessa persona, così come pure Himi dai poteri magici e lo stesso Mahito. Cambiano aspetto ed età, diventano giovani, anziani, animali, umani o bambole amuleti. Figure meravigliose, donne forti, vecchiette un po’ streghe un po’ fate, i mostri un po’ umani un po’ animali. Gli stati della mente e della psiche si fondono in maniera magistrale con il viaggio al confine tra vita e morte; inferno, limbo o ade. Aggregando e disgregando le forme dei corpi e della materia, lo spazio e il tempo. Si gioca con i solidi per tenere in equilibrio il mondo.
Nell’ultimo capolavoro in ordine cronologico, c’è tutta la cifra stilistica del cineasta nipponico in ogni sua sfumatura. Miyazaki torna a raccontare un viaggio potente, non accessibile a tutti per i tanti riferimenti alla filmografia precedente e un’immensa conoscenza trasversale spaziando dall’audiovisivo, alla pittura e letteratura. Propone un ideale contenitore della sua arte e delle sue tematiche, espressamente dichiarate o meno. Dalla guerra, ai riferimenti dell’industria bellica del padre, la malattia della madre, qui declinata doppia con la morte della madre e l’infermità della matrigna. Miyazaki mette in scena ossessioni e paure in un gioco ricorrente di contrasti e dicotomie – animale/umano, solido/liquido, grande/piccolo, unico/molteplice, vecchio/giovane – che getta un ponte sul più irriducibile dei conflitti, quello tra vita e morte. La fascinazione per il volo, il lutto, la crescita, la mutazione sono tutti elementi che permeano la riflessione – etica ed estetica – di Miyazaki. Affiorano omaggi e autocitazioni, richiami e ricordi. Fellini, Nietzsche e Schopenauer. La natura bellissima, paesaggi spettacolari, colori stupendi e cieli stellati. Il dolore, il sogno, la fuga ed il ritorno al reale.
La notte è squarciata dalle sirene di un allarme, la città è illuminata a giorno dalle fiamme. Il film si apre con i toni marroni e la forza evocativa del Takahata, maestro dello stesso Miyazaki. Il piccolo Mahiro salta giù dal letto, intuisce che sua madre è in pericolo: l’ospedale dove lavora è stato appena bombardato. La Seconda Guerra Mondiale irrompe in scena dall’inizio. Nel tripudio funereo delle fiamme il ragazzo si muove con tutta la velocità possibile, piega e deforma la purezza del disegno. Miyazaki recupera un’idea di movimento che tende all’astrazione – Takahata, appunto, e le corse della sua principessa splendente – e a un’emotività che si trasforma in energia cinetica dell’immagine. Il tratto si piega alle curve del racconto e della memoria mettendo in scena il dramma della guerra che attraversa da sempre il suo cinema. Corriamo con il protagonista, tra frammenti di autobiografia e narrazione intrisa di fantasia quasi psicanalitica. Unica via di uscita per un mondo dilaniato dall’orrore. Nel 1943, nel pieno della Guerra del
Pacifico, Hisako, la madre del dodicenne Mahito, muore in un incendio. Il padre Shoichi, proprietario di una fabbrica di armamenti, si risposa con la sorella minore della defunta moglie, Natsuko, identica a lei. E si ritorna alla campagna, alla natura, tanto care a Miyazaki. Il ragazzino fatica ad accettare la perdita della madre, la nuova casa, la seconda moglie del padre che è incinta, prima zia e poi matrigna. Nella casa di campagna trova sette vecchine, ma c’è anche un inquietante airone, che si tramuta diventando antropomorfo, personaggio-chiave dall’evoluzione caratteriale colorita da nemesi, a minaccia, sino ad alleato e amico del protagonista.
Dall’enorme biblioteca dove il pavimento inizia a liquefarsi non si può far altro che cadere giù. In discesa libera, proiettati nel mondo onirico, una catabasi, un’immersione nell’inconscio e dentro sé stessi, come Alice nel paese delle meraviglie, Chihiro ne La città incantata e Mei in Totoro. Una torre magica e altri universi, piega nel fantastico miyazakiano, tra uno spazio oceanico con una pescatrice maga, attraversando paesaggi senza tempo popolati da pellicani famelici e parrocchetti militari. Incontra i dolcissimi Warawara, splendenti come perle, bianchi e rotondeggianti, anime che si librano in volo creando le spirali del dna, restituiscono un collegamento con la dimensione pura del buono. I
Warawara, piccole anime ancora non incarnate, presenti anch’essi in varie forme negli altri film del Maestro (gli spiriti-fuliggine de La città incantata e Il mio vicino Totoro, i Kodama de La principessa mononoke), sono al tempo stesso spiriti della Natura nonché una rappresentazione del bambino interiore, da curare e proteggere. C’è la forza del fuoco e dell’amore; corridoi e stanze che si affacciano su altre dimensioni, un prozio demiurgo, creatore dei destini del cosmo. Una fanciulla in una teca di cristallo come Biancaneve, labirintici corridoi e scale di legno sospese che ricordano l’interno del monastero del Nome della Rosa. Incerto l’equilibrio di sfere, parallelepipedi e cubi per modellare dal mondo di sotto un mondo di sopra migliore. Muovendosi dall’onirico al politico, i film di Miyazaki sono pietre vive che costruiscono un edificio di porte che si aprono e si chiudono su universi paralleli, idrovolanti carichi di sogni, nuvole che corrono col buon vento, con gli ombrellini delle fanciulle e ali colorate. Sempre antibellico, pacifista e bucolico.
L’ambiguo airone è il tipico Guardiano della Soglia, è uno psicopompo che rappresenta l’unione della persona psyche (anima) e pompos (colui che manda): una divinità che fa da traghettatore, così come era Caronte nell’Inferno di Dante, Osiride per gli Egizi o Charun per gli Etruschi. Nella tradizione giapponese, gli aironi riconducono agli spiriti, agli dei, nonché alla morte e al passaggio a un altro mondo. Il Kojiki, l’opera letteraria più antica del Giappone, risalente al 712, contiene una storia riguardante un principe che muore mentre è lontano dalla sua abitazione, trasformandosi in un uccello bianco cenerino, messaggero degli dei e simbolo di trapasso. L’airone è la guida in questo singolare viaggio, da un mondo all’altro. Il terzo canto dell’Inferno della Commedia di Dante Alighieri inizia così:“Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente. Giustizia mosse il mio alto fattore; fecemi la divina podestate, la somma sapienza e ‘l primo amore”. Un’indicazione che Mahito trova proprio quando decide di seguire l’Airone ed entrare nella torre. Il protagonista attraversa una terra oscura, all’interno della quale ha una guida – Virgilio/Airone – e scopre nuovi aspetti, incontra persone che aveva già conosciuto sotto un’altra veste nel mondo di
sopra. Come ne Il castello errante di Howl Sophie si immerge in altre dimensioni per salvare il giovane mago, Mahito raggiunge Himi, dea del fuoco, che sarà poi la sua mamma. In questo caso il ragazzo non le fa cambiare la porta da imboccare, quello che è stato non si può modificare. Può cambiare, invece, il suo ritorno alla vita.
Si intercettano anche omaggi a dipinti che hanno fatto la storia, come Il castello dei Pirenei, un olio su tela di René Magritte, che traeva ispirazione dall’isola di Laputa apparsa ne I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift. Un riferimento molto caro a Miyazaki, che nel 1986 ha realizzato uno dei suoi film proprio con riferimento all’isola e usando la medesima rappresentazione grafica appartenuta a Magritte. Un secondo quadro è l’isola dei morti di Arnold Bocklin, in cui si ritrova una piccola imbarcazione condotta da un Caronte, l’Airone di Miyazaki. Mahito, il sincero, traghettato verso un nuovo mondo. Fino al tepore e alla luce, ad una folta vegetazione che sembra l’eden, dopo grandi porticati e colonnati che richiamano De Chirico e i pittori metafisici. Non mancano i manti erbosi con le stelle, ricorrenti in tutta la filmografia miyazakiana, così come i personaggi liquidi in stile Dalì- Bauman. Miyazaki insegna: niente è come sembra, tutto si trasforma. Ancora una volta non vi è una distinzione netta tra bene e male, in quanto la dualità convive sempre. Non c’è un vero villain, quanto piuttosto le conseguenze di azioni affrontate o con eccessiva leggerezza o senza gli strumenti adeguati. Non a caso, il protagonista darà sepoltura anche al pellicano.
Un racconto profondamente introspettivo, un romanzo di formazione che si snoda nell’elaborazione delle difficoltà e nell’accettazione del cambiamento. Traspaiono tra le maglie narrative la malinconia, così come la gioia per la vita, per l’amore, per i legami che contano e per le cose semplici, nella cifra stilistica tipica di Miyazaki. Il maestro racconta anche di un mondo magico complesso, frastagliato e coloratissimo, che sembra destinato al collasso. Un miraggio prossimo a svanire, e a essere dimenticato con il passare del tempo, perché impossibilitato a trovarvi un successore. Eppure essenziale per gli equilibri del nostro mondo – un mondo terreno,
corrotto, pieno di violenza e ingiustizie – tenuto in piedi un giorno alla volta da una costruzione di mattoncini. E quindi l’arte, la creatività, il cinema e l’immaginazione. Come ci aveva già insegnato con il suo esordio, non esistono la magia e la fantasia (Totoro) senza la realtà (una tomba per le lucciole), le due dimensioni sono interconnesse ed imprescindibili tra loro, a volte la realtà è così terribile che l’umanità deve scappare nelle fiabe. Un abile studio di visioni invertite ma complementari, indispensabili una all’altra, come negativi fotografici. La fantasia come balsamo per fuggire e ottundere il presente, il surrealismo come finestra sul mondo, un binomio che ricorre con frequenza nella storia dello studio Ghibli. I due grandi maestri Miyazaki e Takahata hanno spesso ribaltato le prospettive, come con la fiaba delicata dai colori pastello de La storia della principessa splendente di Takahata ed il realismo antibellico in Si alza il vento di Miyazaki.
Laputa – Castello nel cielo si chiudeva con un satellite verde di un’antica civiltà che si staccava definitivamente dall’orbita terrestre e si librava alto nel cielo. Ne Il ragazzo e l’airone questa forza, sotto forma della torre sede dell’universo/voliera esistente tra più realtà e rappresentante il mondo interiore, si schianta sulla Terra. La pietra prima magica e forza propulsiva, diventa malvagia. Addirittura strumento per farsi del male e tentare di mettere fine ad un’esistenza che sembra insopportabile. Il protagonista si confronta più volte con l’aggressione di pesci, rane e pellicani, quasi ad indicarne il malessere interiore. Quando Mahito si colpisce con la pietra, non riesce a superare il dolore di quanto accaduto. Tuttavia, il mondo sommerso nasce proprio da una pietra. Anzi, sono dei piccoli frammenti della stessa, impilati dal prozio a forma di torre, a decidere l’equilibrio di questo universo che, anche grazie alla guida di Mahito, potrebbe tornare ad essere bellissimo e privo di malvagità o imperfezioni. Mahito esce da quella torre, si dirige verso altri possibili orizzonti. Miyazaki racconta l’importanza di cadere, inciampare, farsi male e avere la forza per rialzarsi, riprendere a volare. Tutti abbiamo dentro un’insospettata riserva di forza che emerge quando la vita ci mette alla prova. Occorre essere forti, impavidi e credere che tutto è possibile. Il vento soffia ancora.
Fuck Pirlott, let’s rock
Lara Farinon per MIfacciodiCultura
Lara Farinon
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L’eccellente penna di Farinon è tornata, complimenti