United Colours of Art – L’Indaco e il suo riscatto in Occidente

Indigofera

La rubrica United Colours of Art con una serie di sette articoli, inerenti ciascunoad uno dei sette colori dell’arcobaleno, con questo suo sesto articolo sull’INDACO conclude la riflessione cominciata la settimana scorsa sull’affermarsi prepotente del blu nel mondo dell’arte occidentale a partire dall’epoca moderna.

La nuance dell’indaco è a metà tra il blu e il violetto, molti di noi ora lo chiamano bluette, ma sicuramente tutti meglio la conoscono con il nome di blu denim.

L’indaco è un pigmento di origine vegetale (la pianta è l’indigofera) ed era utilizzato in Asia già nel 2.000 a.C.. Questo cespuglio cresceva in India, nelle regioni subtropicali del Medio Oriente e in Africa, e il principio colorante (l’indigotina) si ricava dalle foglie più alte e giovani. In queste zone, in particolare il Sudan, Ceylon e l’Insulindia, già  ai tempi del Neolitico, si utilizzava per tingere ed è proprio da queste ultime terre che cominciarono le esportazioni di questo prezioso materiale in Oriente, in particolare in Cina e nel Vicino Oriente.

Tuareg con la tagelmust indaco caratteristica

Si può quindi dire che questo pigmento/colore in realtà ebbe la sua fortuna prima in Oriente che in Occidente, ma è stato l’Occidente a farlo suo colore simbolo, nello stesso modo in cui l’Oriente ha fatto suo il rosso e il Medio Oriente il verde.

I greci e i romani conoscevano l’indaco, tanto da chiamarlo rispettivamente INDIKON (greco) e INDICUM (latino). I romani lo distinguevano dal guado celtico e germanico, giacché sapevano che si trattava di una materia colorante proveniente dall’India, da qui il suo nome. Ignoravano però totalmente la sua natura vegetale, pensando erroneamente si trattasse della lapis indicus, poiché giungeva in Occidente sotto forma di blocchi compatti formati a seguito della macinazione delle foglie, in una pasta fatta seccare. Questa credenza erronea si protrasse in Occidente fino al XVI secolo con la scoperta degli arbusti di indigofera nel Nuovo Mondo.

J. Vermeer, Cristo nella casa di Marta e Maria, olio su tela, 1654 ca, National Gallery of Scotland

Nel Medioevo, l’indaco era conosciuto soprattutto grazie agli scambi tra l’Italia e l’Oriente (a Venezia si rintracciano tracce dell’indaco già nel XII secolo e a Genova nel XIII secolo), ma il suo commercio fu vittima di un protezionismo serrato, portato avanti dalle autorità cittadine di molte città, soprattutto francesi e germaniche. Queste ne vietarono l’importazione per non danneggiare il loro florido commercio di GUADO, una pianta autoctona europea, la cui inflorescenza è di steli di colore blu dai quali si ricavava il colore poi utilizzato per i pastelli, di cui all’epoca si faceva grande smercio. Il guado era talmente importante per alcune città quali Amiens, Tolosa e Erfurt o per intere regioni come l’Albigese, il Lauragais, la Turingia e la Sassonia, da essere chiamato l’oro blu. Per chiarire la redditività del commercio di questo pastello in Europa si pensi che il ricchissimo commerciante Pirre de Berny potette farsi fideiussore del riscatto chiesto dall’Imperatore Carlo V nel 1525 per la liberazione del re francese Francesco I, imprigionato nella battaglia di Pavia.

Tuttavia, una volta arrivate le prime navi dal Nuovo Mondo cariche dell’indaco di quelle zone tropicali (Antille, Messico e regioni andine) e una volta che l’aristocrazia europea fu messa davanti alle stoffe indaco e se ne fu innamorata, questo rigido protezionismo dei commercianti subirà un’importante incrinatura. Non guastarono al successo il minor costo di questo indaco rispetto a quello asiatico e nemmeno la migliore resa – rispetto al pastello – nella tintura del tessuto che assumeva un colore intenso e stabile, con il solo inconveniente che a volte potesse risultare a chiazze e opaco.

P. P. Rubens, Discesa dalla croce, olio su tavola, 1611-14, Cattedrale di Anversa

In realtà è stato provato recentemente, grazie ad una equipe della George Washington University, che fu proprio il Nuovo Mondo il più antico utilizzatore dell’indaco come colorante per le stoffe. Infatti è stata rinvenuta nel sito di Huaca Prieta in Perù la più antica testimonianza in alcuni resti di cotone colorato, risalente a ben 7.800 anni fa, dell’utilizzo dell’indaco.

Per ovvie ragioni, il primo stato europeo a beneficiare di questo nuovo commercio fu la Spagna che così si arricchì notevolmente. Soprattutto la Francia tentò di resistere con editti e leggi reali, dalle conseguenze pesanti (la morte) per chi avesse commerciato l’indaco. Tuttavia, quando il ministro delle finanze di Re Sole Colbert fu costretto nel 1672 ad autorizzare il commercio del pigmento, fu il definitivo inizio della decadenza del guado europeo; nel 1737 una legge francese estese il commercio dell’indaco a tutto il regno.

Indaco

A metà  del Settecento, tingere con l’indaco era ormai una pratica europea in associazione all’utilizzo del cotone come tessuto. Solo la fine dell’Ottocento, con l’uso di coloranti artificiali, fece regredire il commercio dell’indaco naturale. La stroncata finale arrivò con la scoperta del chimico tedesco Adolph von Baeyer nel 1878 di un procedimento di sintesi chimica dell’indigotina. Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, l’uso dell’indigotina artificiale mise fine definitivamente alle piantagioni di indigofera in India e nelle Antille.

Eulalia Testri per MIfacciodiCultura