Il mondo del lavoro riserva sempre grandi oscillazioni per le personali aspirazioni di ognuno. La stabilità, come da tempo, non voglio dire da sempre, è una chimera culturale, fortemente italiana: un po’ in quanto radicamento e, quindi, anelazione, un po’ perchè raggiungerla pare per i più avventura lunga e talvolta tormentata. La stessa Michela Murgia è finita in questa sorta di spirale. Era il 2006 quando è stata assunta presso il call-center dell’azienda venditrice del Kirby, popolare strumento per la pulizia della casa, ritrovandosi catapultata in un mondo di precarietà che è diventato oggetto prima di un “diario di bordo” giornaliero e poi un libro – nello stesso anno e più volte dato alle ristampe – dal titolo “Il mondo deve sapere” (Einaudi, 2017).
La superba ironia di Murgia e la sua capacità di comprensione e racconto hanno dato vita, quindi, alla “tragicomica” narrazione di una specie di mondo parallelo in cui le persone assunte per il telemarketing di questo prodotto gravitano al centro di un sistema di fomentazione che traduce essi stessi in protagonisti e autori di storie di competizione, persuasione e fantasia.
Così, pagina dopo pagina – in origine giorno dopo giorno per un mese (il tempo trascorso tra la sua assunzione e il suo licenziamento) – racconta in modo di divertente, ma lasciando comunque emergere l’amarezza di certe prese di coscienza, le tecniche di condizionamento, le riunioni motivazionali, le premiazioni, i salari, ma anche le fandonie che sorbisce.
“Ho scoperto come le telefoniste cercano di sopravvivere in questa giungla, sviluppando forme distorte di solidarietà di gruppo. Oggi ho preso un numero sconcertante di appuntamenti… [… ]sarà bene ricordare che le telefoniste che nel loro turno di quattro ore non prendono il numero prefissato di appuntamenti per due giorni consecutivi, il terzo giorno sono tenute a fare due turni di quattro ore per rientrare in pari. […]Ecco perché nessuna di loro fa mai picchi estremi di rendimento. Quando una boccheggia, si fanno le trasfusioni di appuntamenti a vicenda”.
Tra gli aspetti più interessanti c’è anche un significativo spostamento dell’attenzione: se è vero che Murgia descrive il mondo dall’interno, non si risparmia neanche nel raccontare il pubblico di questo mercato. Pertanto alcune riflessioni sono dedicate alle casalinghe – l’utenza prediletta di questo commercio – e alla loro capacità di reazione: ne nasce una divertente classificazione in base alla prontezza di risposta per declinare gli inviti a casa o la bonarietà con la quale invece si lasciano abbindolare e finiscono con l’ospitare un inviato nel loro salotto per una “semplice” dimostrazione.
Insomma nel mirino delle parole di Michela Murgia finisce uno spaccato professionale, ma anche un mondo di convincimenti, luoghi comuni, attorno al quale ruota una società che oscilla tra una visione distorta del mondo del lavoro, ma anche una del mercato e del potere d’acquisto che possiamo esercitare realmente.
E se è vero che è scritto in modo divertente, qualcuno ha parlato del ritmo di una “sit-com”, se ancora oggi a distanza di quasi vent’anni dalla pubblicazione non ci fa solo ridere, ma ci fa riflettere, vuol dire che forse al di là dell’esperienza diretta da lei descritta, le storture del mondo del lavoro sono ancora attuali.
Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura
Antonia De Francesco
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