Una storia d’amore che profuma d’estate e gioventù è il presupposto di un viaggio lungo diversi decenni nella vita di Sergio e Angela nel romanzo d’esordio di Alberto Aronica Il destino ha giocato con noi. L’antefatto non faccia presupporre una storia consumata in riva al mare di Marina di Lubrano (Na), perchè di luoghi e di epoche – emotive e biografiche – ne percorre tante.
Sì perchè il loro amore, così improvviso e furente, in realtà viene smorsato quasi agli albori dalla madre troppo apprensiva del protagonista, che rinuncia – pur lasciando in pegno un anello alla sua amata – a vivere la vita che aveva sognato con quell’amore appena sbocciato. Non è una semplice scelta: è la prima volta che rinuncia alla sua volontà ed è ciò che, suo malgrado, continuerà a fare per gran parte del resto dei suoi giorni.
Si laurea in ingegneria, si sposa con Carolina – unica erede di una famiglia molto benestante – rinuncia ad un figlio perchè lei non può averne né vuole adottarne – ti metti un estraneo in casa, sentenzia l’omnipresente suocera – e tutto scorre placido, noioso, imprigionato in una routine che consola ed affligge.
Ma a che servirebbe il “destino” se non avesse un ruolo importante in questa storia? E’ un destino che somiglia all’acqua, quella fiumana in grado di scorrere sotto metri e metri di terra che all’improvviso è in grado di riprendersi tutto lo spazio che le è stato sottratto. Come un amore forte, sopito, tutt’altro che scomparso: diventa pensiero dell’altro, curiosità dell’altro; si trasforma in una telefonata, si replica in numerose telefonate – anche a distanza di decenni – e diventa incontro.
Cambia di nuovo aspetto quando si fa paura: di non saper gestire le emozioni, di perdere l’equilibrio faticosamente costruito. Si fa silenzio. Ma poi torna. Diventa di nuovo pensiero, di nuovo curiosità, di nuovo incontro.
Sergio e Angela avevano vent’anni e ne hanno sessantotto quando la vita li riporta sulla stessa strada: insieme, ma davanti a nuove difficoltà.
“Sergio, il destino ha giocato con noi, Per cinqunt’anni ci ha tenuto legati con un sottile filo trasparente, ma che a volte tendeva a cambiare di robustezza. Da qualche mese questo filo ha preso una consistenza diversa e negli ultimi giorni sta dando segni di voler diventare un cavo d’acciaio. Possiamo essere sicuri che il destino abbia finito di giocare con noi?”.
Una storia coinvolgente, di ordinario e straordinario sentimento. Raccontata con l’avvicinarsi e il distanziarsi di una
immaginaria macchina da presa che accosta i personaggi negli anni, seguendo ritmi ravvicinati e saltando a dilatazioni lunghi anni. Perchè ciò che conta per l’autore – e sembra chiaro – non è la vita che i protagonisti trascorrono separatamente, bensì quella che condividono direttamente; è questa ad innervare realmente la trama.
Raccontando la storia d’amore di questi due cardi selvatici non è insolito trovare riferimenti cinematografici e teatrali: che sia una zoommata sul tradizionale ragù della domenica – che rimanda alla commedia di Eduardo De Filippo Sabato, domenica e lunedì – o che siano Sergio e il suo amico Nello che ricordano vagamento nei loro sfoghi – io sto inguaiato di questa maniera e tu pensi alle palle di riso – una coppia di talento unico come Lello Arena e Massimo Troisi in film indimenticabili.
Insomma la napoletanità dell’autore emerge e lo fa in un estro creativo che rimanda alla tradizione partenopea – quasi come un’ispirazone imprescindibile – per compiere la parabola narrativa di una storia d’amore che lascia una sensazione di profonda dolcezza, ma di altrettanta inesorabile verità.
Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura
Antonia De Francesco
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