Victoria Anthon è il nuovo personaggio che fa capolino nella narrativa di Donato Carrisi.  Dopo le avventure dello psicoterapeuta Pietro Gerber – l’addormentatore di bambini – degli ultimi romanzi – La casa delle voci, La casa senza ricordi, La casa delle luci e La casa dei silenzi – un off topic con L’educazione delle farfalle – ecco nascere il profilo di una giovane donna a conquistare il ruolo di protagonista del nuovo romanzo La bugia dell’orchidea (Longensi, 2025).

Un titolo assolutamente appropriato che celebra il passaggio dai sottili inganni della mente con i quali l’autore ha giocato negli ultimi testi, alle bugie vere e proprie alle quali approda con quest’ultima trama sviluppata attorno ad un intreccio piuttosto lineare – anche nel gioco temporale della vicenda procede di decennio in decennio – senza picchi troppo accattivanti, ma disseminato delle menzogne che tutti i personaggi raccontano.

La Anthon è una scrittrice la cui stessa vita è un romanzo. E’ la scrittrice “invisibile” su cui invece si accendono i riflettori di una macabra vicenda – l’altra protagonista è proprio la bugia, proposta come “segreto”, ma più che altro metafora di una misura di sopravvivenza non solo individuale, ma potenzialmente di un’itera comunità. Perchè è di bugie che vive anche la sonnacchiosa cittadina di Nazareth, quella nella quale la Anthon approda con la sua vena indagatoria, affiancata dal giornalista Alfredo per capire cosa è accaduto in una calda notte d’agosto nel “casale rosso” in aperta campagna ad una famiglia apparentemente felice e serena.

Quelle bugie che in un gruppo finiscono con l’essere definite “verità di comodo”, di quelle che si raccontano per sopravvivere al dolore e al tempo, di quelle che servono a definire la versione di noi stessi che sposiamo.

La sua storia si intreccia con quella che scrive a posteriori, ad anni di distanza da fatti che pare l’abbiano realmente coinvolta, dando vita ad un manoscritto che l’editore stesso riceve come per caso e pubblica postumo. Un impianto che di per sé già è una bugia: il lettore è chiamato a scegliere a cosa credere e a cosa no…ed è questo il “gioco” che domina tutte le pagine.

Così il testo funziona, lo stile narrativo è ritmato, ma la tensione è più blanda del solito e il finale lascia un po’ d’indolenza perché in una storia giocata anche al limite del paranormale, o comunque dell’esoterico, manca del guizzo, dell’intrigo rivelatorio. Così le scoperte che si susseguono è come se chiudessero vari livelli dei cerchi “bugiardi”, come a dare una dovuta conclusione, ma senza aggiungere troppo stupore.

Ed è un invito ammaliante per il lettore, un modo sagace di rendenderlo complice e portarlo a prestare attenzione, ma la verità è che questa storia esiste solo se la vedi o meglio ancora se scegli di vederla. Come quell’orchidea nota solo per essere stata descritta dai pochi che l’hanno vista…

Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura