Le parole sono mondi, per esplorarli occorrono orecchi attenti, occhi curiosi e mente aperta.

Poggiando gli occhi sulle frasi d’apertura del romanzo I bambini del maestrale (Neri Pozza, 2023) di Antonella Ossorio, questo concetto – espresso più avanti nel testo – ti si palesa subito innanzi: mai funerale m’è parso più bello di quello raccontato dall’autrice. Il tempo sottratto al moto perpetuo di Napoli, ti catapulta subito in un mondo che promette di mostrarsi nudo, vero e magico.

La Ossorio non si limita a scrivere, talvolta, napoletano, ella scrive Napoli. Lo fa scendendo in un “ventre” inesplorato, quello all’interno del quale sono cresciute le storie di poveri scugnizzi che trovano un nuovo destino grazie alla “Nave Asilo Caracciolo“, ormeggiata nel porto della città partenopea, è divenuta la casa di tanti di loro abbracciati dal progetto educativo di Giulia Civita Franceschi.

Soprannominata la “Montessori del mare”, velo in testa – come tenuta d’ordinanza – e sfida accettata nel voler guidare un progetto sul modello della nave officina genovese “Garaventa”, attiva dal 1883, e della nave asilo veneziana “Silla” (1906), la disciplina e l’amore della Franceschi cambiarono la vita di tante persone.

Degrado e magnificenza, miseria e splendore, più una quantità imprecisata di situazioni intermedie: Gesù, ma quante Napoli esistevano? E come diavolo aveva fatto a non accorgersene prima?[…] Cosa dire, amico mio? Qui ormai si vive di speranza, il giorno che ci venisse a mancare la capacità di nutrire un briciolo di fiducia nel futuro saremmo peggio che morti.

Il romanzo della Ossorio non solo restituisce una grande storia napoletana, ma anche la grande storia di una donna del passato, poco nota, eppure encomiabile.

Quindici anni – dal 1913 al 1928 – in cui Giulia è al comando della Caracciolo, donata dal Ministero della Marina alla città; accanto alla sua determinazione nel voler dare un’opportunità di riscatto c’è don Viggiano, il suo amico parroco, che recupera i bambini e li porta sulla nave. A bordo imparano a leggere, scrivere, far di conto, gli viene insegnao un mestiere legato alla marineria, ma soprattutto, imparano a fare squadra, a collaborare e allenano il senso critico. Fino a quando il regime fascista non interrompe bruscamente l’esperienza e cancella questa pagina di speranza nello spaccato di miseria e crudeltà dell’infanzia abbandonata.

Le loro storie emergono man mano che imparano le parole necessarie a raccontarle e tutte ti percorrono in modo commovente. L’equilibrio tra l’essere protagonista di Giulia Civita Franceschi e i “suoi” bambini – come ad esempio Felice, Michele Buono, Giuseppe Ernano, Luigi Di Iorio, Gennaro Aubry – trova un’armonia stupefacente nella presentazione dei loro “temi”. Sembrano essere gli antesignani del celebre Io speriamo che me la cavo.

Mescolare tipi umani quanto piú possibile diversi fosse il modo migliore per sommarne le qualità.

In queste pagine c’è bellezza da vendere. Quella autentica che vibra tra le corde dell’animo umano. E le parole della Ossorio sono in grado di farla emergere – pur conservando una dolce delicatezza – con profonda potenza narrativa ed evocativa.

E la vedi quella Napoli di inizi Novecento, ne senti gli odori, ne riconosci antiche abitudini; così come vedi quella donna – Giulia – il suo grande coraggio e il grande amore per i “suoi” bambini.

Finalmente la vediamo perchè Antonella Ossorio ce la mostra.

E di questo non le si può essere che grati; anche perchè è proprio vero che la mancanze di parole rende più pesante il campare.

D’altra parte c’è un altra immagine che chiudendo il libro mi rimane; una consapevolezza, quella per cui è dalla notte dei tempi che il mare ed una barca possono rappresentare la salvezza degli uomini. 

Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura