United Colours of Art – Il Celeste non del Principe Azzurro

La rubrica United Colours of art con una serie di sette articoli analizza i sette colori dell’arcobaleno: con questo suo quinto articolo sul CELESTE offre un excursus panoramico sull’utilizzo del blu e delle sue gradazioni nell’arte, basandosi sulle riflessioni condotte, nel corso dei secoli, sull’utilizzo dello stesso da parte degli artisti.
Volendo ripercorrere con ordine la storia di questo colore, si osserva che nel Bacino mediterraneo il colore non godette di particolare attenzione eccezion fatta per l’Antico Egitto, per il quale il blu simboleggiava un portafortuna per l’aldilà. Ciò è probabilmente imputabile alla sua difficoltosa estrapolazione.
Nella Roma antica addirittura era il colore dei Barbari, dei Celti e dei Germani: stando a Cesare e Tacito, i Germani si tingevano la pelle di blu per spaventare i nemici.

Una donna romana con gli occhi azzurri era una persona di facili costumi, un romano invece era un buffone e più in generale era un colore associato alla morte e agli Inferi. Lo stesso lessico latino ce lo attesta, dal momento che le lingue romanze – ma in realtà anche nei testi greci la parola è assente – dovettero attingere alla parola germanica blau per il blu e a quella araba azraq per l’azzurro.
L’unico riferimento positivo al blu lo si trova nella Bibbia in riferimento allo zaffiro, una pietra molto amata per le popolazioni del tempo.
La liturgia medievale di epoca carolingia esclude il blu e l’azzurro, canonizzando i propri colori in bianco, rosso, nero e verde. Tuttora nel culto cattolico il blu è pressoché assente.

Nel mondo occidentale, la ribalta del blu comincia solo tra il XII e il XIII secolo come colore della luce divina, dei cieli che per la prima volta sono dipinti d’azzurro, dove prima erano rossi, neri, bianchi o dorati, e del culto mariano che vede la Vergine vivere in cielo, quindi la si inizia a rappresentare con una veste azzurra. Poiché la Vergine si veste di azzurro, così fanno anche il re di Francia Filippo Augusto e San Luigi. È l’inizio di una nuova moda per l’aristocrazia, il cui numero crescente dei suoi membri unito alla scarsa possibilità di combinare i soli rosso, bianco e nero rende necessario aggiungere ulteriori colori nell’araldica. Nel 1140 per Saint-Denis l’abate Sugerio fa utilizzare moltissimo il blu nella decorazione: le costosissime vetrate in blu cobalto diventeranno l’esempio per molte altre chiese tra cui Chartres.
Con il Seicento il blu e l’azzurro diventano il centro di partenza della riflessione cromatica newtoniana, di conseguenza ora sono la scienza, la società, con la tintoria delle stoffe, e l’arte a richiederlo come colore imperante nella vita dell’uomo occidentale.
Fino ad allora per realizzare il celeste e le gamme di blu vengono impiegati i LAPISLAZZULI, l’AZZURRITE, lo SMALTO e materiali vegetali quali GUADO, GIRASOLE – dell’INDACO si parlerà nel prossimo articolo per cui è volutamente non trattato in questa sede – e SVARIATE BACCHE. Tuttavia, nessuno di questi permette ai pittori di padroneggiare la gamma dei blu scuri.

La svolta per il mondo della pittura per almeno i due secoli successivi si ha nel 1709, quando a Berlino il droghiere e fabbricante di colori Diesbach realizza per caso artificialmente il famoso BLU DI PRUSSIA, anche se di questa scoperta beneficia lo speziale Johann Konrad Dippel che mette in commercio il colore con il nome “blu di Berlino” senza svelarne mai la formula, il che gli garantisce un grande successo economico. Questa sua fortuna dura finché il chimico inglese Woodward ne scopre la misteriosa formula e la pubblica. A causa della rocambolesca vita di Dippel, si è creduto che il blu di Prussia fosse tossico, ma questo non è vero e non si trasforma nemmeno in acido prussico; però è vero che è instabile alla luce e che gli alcali lo distruggono.
L’Ottocento inglese, francese e tedesco sancisce il successo indiscutibile del blu a corte e in città e se fino ad allora la nobiltà era resa riconoscibile da un colore blu accesso frutto dell’indaco e i contadini invece erano riconoscibili per abiti dalle tinte azzurre più chiare, ora il colore prediletto dai nobili e dai borghesi è il celeste.

Si assiste inoltre a una proliferazione di termini per riferirsi al blu che vengono utilizzati nelle diverse lingue. La letteratura consacra l’abito blu come quello blu e giallo di Werther, che diviene una moda dopo l’uscita del libro a Lipsia nel 1774. Per Goethe infatti il blu è il colore degli abiti, mentre il verde è quello della tappezzeria. Inoltre, egli, autore di un’importante teoria dei colori, fa del blu il centro del suo ragionamento in quanto colore attivo, caldo e polo positivo opposto al giallo, colore passivo, debole. Da allora, la strada intrapresa dal celeste e dal blu verso l’ascesa indiscussa all’empireo dei colori è stata in discesa, rivalendosi sul fatto che
Per molto tempo è rimasto in secondo piano, disdegnato, perfino disprezzato nell’antichità. Poi, da abile cortigiano, ha saputo imporsi, piano piano, senza sgomitare. Eccolo, oggi, canonizzato, osannato, ufficializzato. Diventato in Occidente garante dei conformismi, regna sui jeans e sulle camicie e che dire di un bell’abito blu da sera con tramezzi di pizzo? Gli hanno perfino affidato l’Europa e l’ONU….per dire quanto ci piace. Questo morigerato ha ancora molte risorse e segreti…
Michel Pastoureau
Eulalia Testri per MIfacciodiCultura
Eulalia Testri
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