Ironica, graffiante, irriverente. A differenza di altre “sorelle” più dolci e aggraziate, la Satira è una musa arguta e sfacciata, a tratti grottesca, abile nell’affascinare attraverso quel sorriso amaro che diverte e, al contempo, fa riflettere. Una dea che, nel corso dei secoli, ha conquistato artisti e letterati, pronti ad ascoltare il suo canto per correggere, a colpi di penna e pennello, i (mal)costumi delle società di ogni epoca.
Quando si parla di un fatto o di un comportamento “boccaccesco”, ci si riferisce a qualcosa di impudico, lascivo, immorale, osé, ricordando alcune novelle licenziose del Decameron, la più celebre fatica letteraria di Giovanni Boccaccio.
Il registro linguistico dello scrittore toscano, infatti, è vario, vivissimo e realistico, comprendendo sia giochi di parole grotteschi che alludono alla sfera sessuale, sia termini scabrosi e “sconvenienti” tratti dalla quotidianità del XIV secolo.
A tal proposito, per difendersi dall’accusa di aver utilizzato espressioni “improprie”, Boccaccio affermò che la sua penna era come il pennello di un pittore: riproduceva, attraverso una prosa ricca e articolata, la realtà nel modo più fedele possibile. Un affresco della società trecentesca con i suoi linguaggi coloriti, testimoni del tessuto sociale e degli intrecci tra le varie classi: dalle più antiche, rappresentate dal mondo feudale e cavalleresco, alle più recenti, con l’affermazione della borghesia comunale e dei mercanti. Non mancavano, inoltre, i riferimenti all’ambiente clericale, tra abati e frati, badesse e suore, rimarcando l’eterogeneità dei personaggi che popolano le cento novelle raccontate dai dieci giovani rifugiatisi sulle colline fiesolane per sopravvivere alla peste nera del 1348.
Durante le dieci giornate di “accampamento”, le tre donne e i sette uomini fiorentini si raccontarono storie di diversa natura, come quella di ser Ciappelletto, narrata dal giovane Panfilo, che inaugura la raccolta.
Ser Ciappelletto era un uomo spregiudicato, malvagio, mistificatore. Una persona deprecabile che ricorreva senza vergogna al malaffare, imbrogliando, raggirando i suoi clienti e mettendo zizzania tra amici e parenti. A ciò si aggiungevano la passione per la sodomia, per la violenza («invitato a un omicidio o a qualunque altra rea cosa, senza negarlo mai, volenterosamente v’andava»), per la blasfemia e per il gioco d’azzardo, tanto che il narratore lo etichettò come «il peggiore uomo forse che mai nascesse».
Il curriculum “invidiabile” di Ciappelletto convinse il losco mercante, Messer Musciatto, a ingaggiarlo per sfruttare la sua cinica furfanteria al fine di riscuotere un credito presso alcuni debitori borgognoni, altrettanto riottosi e sleali. Dopo aver raggiunto la Borgogna e aver adempiuto al suo compito, Ciappelletto venne ospitato da due usurai lombardi, presso i quali, però, si ammalò gravemente.
I due usurai, consci della peccaminosità del loro ospite moribondo, cominciarono a interrogarsi ad alta voce sul suo destino, al fine di liberarsene senza minare, allo stesso tempo, i loro interessi.
Udendo i cinici ragionamenti dei due padroni di casa, Ciappelletto decise di chiedere di essere confessato da un frate, dando vita allo stravolgimento che, nella narrazione, assume i caratteri della beffa ironica.
Giunto il confessore, il truce protagonista iniziò a recitare la parte dell’uomo magnanimo, raccontando come durante la sua vita tentò di perseguire la via della virtù, prendendosi così gioco del religioso, ignaro dell’inganno. Con raffinata retorica e simulando il pentimento, il moribondo inventò, dunque, un’autobiografia menzognera, chiedendo perdono per peccati assai miseri in cui era talvolta incappato, da uomo pio e generoso quale sosteneva di essere.
L’intera confessione rappresenta dunque il rovesciamento iperbolico dei vizielencati all’inizio della storia: difetti che sarcasticamente stridono con i pregi millantati da Ciappelletto in questa seconda parte. Al termine della confessione, il frate persuaso offrì al peccatore morente, con ossequioso rispetto e deferenza, la sepoltura in convento. E, come se non bastasse, grazie all’intercessione dell’ecclesiastico stesso, il diabolico Ciappelletto ottenne addirittura la santificazione, con il tributo finale degli altri frati e di tutta la comunità.
Con l’indole ironica e grottesca che contraddistingue questa novella, Boccaccio diede vita a una doppia satira: la prima era certamente rivolta alla nuova borghesia mercantile, dedita al profitto senza curarsi del suo destino ultraterreno, e più in generale all’individualismo finalizzato all’utile; la seconda era diretta al clero e alle facili beatificazioni. Un modus operandi, quest’ultimo, che Boccaccio attaccò ancor più intensamente nella seconda novella, dove denunciò l’elevata corruzione presente nella Chiesa.
Nelle novelle di Boccaccio, l’astuzia venale dei mercanti si accompagna dunque da un lato all’ingenuità e dall’altro alla persuasione ingannevole di un clero che, approfittando della superstizione popolare, anteponeva il culto delle reliquie, le facili beatificazioni e i miracoli a una seria e cosciente professione della fede. Malcostumi che, con le relative evoluzioni dettate dal trascorrere dei secoli, risultano ancora tristemente attuali.
Andrea Romagna per MifacciodiCultura
Andrea Romagna
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