Il potere dell’amore. E’ questo il vero protagonista del romanzo d’esordio di Alice Beatrice Pescarollo 6957- Germogli sotto la neve ( Lab DFG, 2024). Ad esprimerlo in tutta la sua straordinarietà la giovane coppia che n’è portatrice: un soldato tedesco Alexander Mayer e una giovane prigioniera ebrea Myriam Zaccaria. Come descrivere una forza così rivoluzionaria se non inserendone il suo deflagrare in un contesto quanto più lontano dall’umanità e dall’amore come un lager nazista? Come dare la misura della capacità dell’amore di avvicinare e cambiare radicalmente se non mettendo al cospetto di questo sentimento chi più distante, come una ragazza di origine ebrea e un SS, figlio del disegno della Grande Germania di Hitler?
Pescarollo, classe 2004, deve aver pensato che nell’impensabile avrebbe potuto rendere precisamente l’idea di cosa fosse per lei l’amore, di cosa fosse capace un cuore riscaldato da sentimenti ed emozioni che fanno riscoprire il profondo coraggio. Ed ha avuto ragione. Nonostante il freddo della Polonia, il terrore, il dolore e la morte del lager di Auschwitz – dove la trama è ambientata e che l’autrice restituisce descrivendo i luoghi della detenzione di Myriam, dalle prime pagine fa capolino la piantumazione di quel germoglio di cui parla nel sottotitolo per regalare al lettore una bella e, nonostante tutto romantica, storia d’amore.
Una storia di quelle semplici, com’è prerogativa della gioventù, del primo amore: il più enigmatico, il più devastante, il più impetuoso, forse, anche il più autentico nel suo essere totalizzante. Uno di quegli amori a cui basta uno sguardo per accendersi e per convincersi che sarà per sempre. Così ai suoi personaggi basta uno sguardo per innamorarsi, benché non lo capiscano o, molto più semplicemente, non lo accettino.
Il soldatino Mayer la salva dalla fila delle donne destinate alla morte dov’era finita Naomi, la sorellina minore di Myriam; non le fa tagliare i capelli; comincia a darle attenzioni che non avrebbe dovuto riservare ad una giudea e questo lo getta in un inferno emotivo. D’altra parte Myriam è attirata da lui, ma non riesce a fidarsi. Il contesto forza le necessità e le convinzioni, ma il suo cuore la spinge verso quegli occhi azzurro cielo che l’hanno stregata. Così in un tira e molla di sentimenti che li getta in preda al panico prima di trovarsi e confessarsi, davanti a loro riescono a rivedere una fuga, un futuro, un ritorno a casa e la voglia di riprendersi il loro essere giovani umani e non le “categorie” alle quali, per motivi diametralmente opposti, erano stati condannati.
Avevo poche certezze in quei giorni, una di queste, però era che io e Alessandro insieme potevamo essere semplicemente ragazzi. Lui non era un soldato e io non ero una prigioniera. Eravamo ragazzi, ragazzi di 18 e 21 anni che non avrebbero dovuto vivere una guerra, ragazzi che non avrebbero dovuto provare il terrore di vivere, ragazzi che non avrebbero dovuto essere obbligati a fare scelte che pesavano sulla loro anima come macigni, ragazzi liberi di amare, di scegliere. In quel momento, io e Alessandro, insieme, eravamo tutto questo.
Una storia d’amore senza orpelli riflessivi di chissà quale tridimensionalità e per questo scorrevole tra tutti i vari punti di vista che raccontano gli accadimenti di quei mesi; così come al contempo interessante nell’inserirsi in un solco sempre un po’ periglioso come quello di indagare l’animo umano di chi ha accettato di subire, in quella atroce parentesi storica, di fare la sua parte dal lato del progetto mortale nazista. Una passività che non tutti sono disposti a perdonare, ma che talvolta può esserci stata a causa di quella paura che fa dimenticare se stessi, come per Mayer, il protagonista maschile di questo romano.
Auschwitz mi aveva insegnato cosa volesse dire perdersi nell’oblio, annullare gli altri e se stessi, ma nonostante le atrocità, mi aveva anche mostrato quanto l’uomo potesse riscoprire in sé risorse inattese, che gli avrebbero fatto intravedere una luce, una flebile speranza che può, tante volte, salvare la vita. Spesso, quella luce è un altro essere umano. Io e Alessandro andammo a dormire abbracciati e sorridenti. Quella notte non feci nessun incubo. Era la prima volta dopo tanto tempo. Qualcuno era lì a proteggermi.
Tempi, luoghi e vicende quelle degli anni della furia nazista che si prestano ad interrogarsi rispetto alle pieghe dell’umanità che si sono create in quel drammatico, tragico, momento storico. Tra quelle pieghe Alice Beatrice Pescarollo si è chiesta che fine avesse fatto l’amore. Se potesse esistere l’amore e la sua risposta che profuma di quella rosa rossa che Mayer lascia a Myriam nel grigiore dello stanzone dove alloggiava nel lager e che mi ha ricordato la rosa del più celebre “Piccole principe”, lasciandomi concludere che, probabilmente, oltre a celebrare l’amore, l’amicizia – altra forma dell’amore – l’autrice abbia, più o meno inconsciamente, celebrato la speranza, quella che Antoine de Saint-Exupéry ha riassunto scrivendo: “non si vede bene che con il cuore”.
Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura
Antonia De Francesco
Articoli correlati
1 Commento
Lascia un commento Annulla risposta
Ti racconto Marcel Proust
Cerca un articolo
Seguici su Facebook
Let’s Feel Good
“LET’S Feel Good”: uno show-room culturale dove “sentirsi bene”.
Un luogo dove degustare Cultura, Arte, Intrattenimento: corsi di comunicazione creativa, workshop, incontri con artisti, scrittori e giornalisti, reading letterari e teatrali, serate musicali e aperitivi culturali con degustazioni di vino biologico e birra artigianale.
Un luogo dove sentirsi a casa, immersi in una dimensione artistica che riesce a stupirti comunicandoti sempre qualcosa di nuovo.


Viale Bezzi, 73 – 20146 – Milano
P. IVA 07988450966






ho letto con passione questo romanzo, un percorso introspettivo in cui l’amore diviene il motore del cambiamento, della resa dei conti con se stessi. Un sentimento potente quello che spinge ad interrogarsi sulla natura del bene e del male e produce il cambiamento.
Complimenti all’autrice